La scorsa settimana ci siamo imbattuti nell'annuncio di Photon Studio, un'applicazione gratuita di fotoritocco per macOS, Windows e Linux. Si tratta di un editor desktop che lavora completamente offline, gestisce livelli e maschere, livelli di regolazione, smart object ed effetti, e apre e salva file PSD. Anche la selezione del soggetto e la rimozione dello sfondo avvengono direttamente sul computer dell'utente, senza account né upload verso server remoti. Non sarà Photoshop e non lo diventerà mai nel senso pieno del termine, ma è evidente che chi l'ha creato ha voluto costruire una versione gratuita del celebre software di Adobe, riposizionando persino gli elementi dell'interfaccia negli stessi punti in cui li mette Photoshop, per rendere immediato il passaggio da un programma all'altro.
Nonostante l'app di Adobe possa offrire molto di più a un utente normale, e in parte anche a un fotografo professionista, Photon Studio copre già gran parte di ciò che serve davvero. Il punto però non è Photon in sé, ma quanto sia diventato breve il tragitto dall'idea all'app funzionante. Guardiamo alla nostra esperienza recente: dovevamo misurare lo schermo dell'iPhone 18 Pro Max con Calman. Esiste un'app ufficiale che costa 60 euro e si limita a generare a schermo i pattern quando il software di misura li richiede. Su GitHub esiste un progetto che permette di creare, con un Raspberry Pi, un generatore di segnale compatibile con Calman, e quel progetto conteneva l'unica cosa che ci serviva: il protocollo di comunicazione. Non abbiamo nemmeno dovuto usare Cursor: abbiamo chiesto a Claude di guardare come quel progetto comunica con Calman e di realizzarci un'app iOS che funzionasse come generatore di segnale. Quattro minuti dopo, con Opus 5.5, avevamo i file da scaricare e l'app era pronta e perfettamente funzionante.
Da un prompt a un'app professionale in mezz'ora
Quello è stato solo il primo passo, perché sempre per la prova dell'iPhone 18 Pro dovevamo capire come viene gestito il diaframma variabile e quali possibilità vengono date a chi crea le app. Sull'App Store esistono applicazioni commerciali che offrono controlli del genere, spesso in abbonamento, ma non facevano quello di cui avevamo bisogno: esporre ogni possibile regolazione. Invece di comprarne una, abbiamo usato Cursor con un prompt semplice: un'app fotocamera per iOS con tutti i controlli manuali per il nuovo iPhone 18 Pro, usando le API di iOS 27. Sono serviti esattamente 32 minuti e 33 secondi a Cursor per creare un'app fotocamera perfettamente funzionante, completa di ogni possibile funzione, alcune delle quali ignoravamo persino esistessero. Con tanto di bonus: un manuale in PDF che spiega ogni funzione nel dettaglio e le API utilizzate per gestirla. Togliendo qualche funzione, sistemando la grafica e con qualche ritocco, la DDay Pro Camera potrebbe essere un'applicazione vendibile sull'App Store, o distribuibile gratuitamente.
Se poi si vuole partire da un'applicazione già pronta, aggiungendo qualche funzione, basta dire a Cursor di prendere un'applicazione open source e aggiungere una funzionalità. Dieci minuti al massimo ed è tutto pronto. La scelta di Google di inserire Antigravity, il software che scrive applicazioni, sui Googlebook inizia ad avere un senso: perché comprare un'app se puoi farla scrivere secondo le tue esigenze? Tutto bello, bellissimo, se non fosse che questo scenario ha una serie di effetti collaterali che non possono essere ignorati. Chi vende app banali, con pubblicità o abbonamento, rischia di più. Se una funzione si ottiene con una semplice richiesta all'IA, è difficile giustificare 3 euro al mese di abbonamento, soprattutto se l'app che ne esce è nostra, non cede dati a terzi e fa solo ciò che serve. Oggi lo fanno i più esperti, ma il prompt che abbiamo dato è davvero semplice: domani potrebbe farlo chiunque. Lo scoglio è solo la compilazione e la distribuzione, che non è ancora immediata come scrivere un prompt, anche se Cursor riesce a farla in autonomia con lo smartphone collegato al computer.
Un mercato saturo di app e povero di download
I numeri raccontano bene la trasformazione in corso. Sensor Tower ha contato 235.800 nuove app inviate all'App Store nel primo trimestre 2026, l'84% in più dell'anno prima, la crescita più forte in quattro anni. Nel primo semestre le nuove app sono circa 560.000, quasi il doppio, e il 2026 supererebbe il milione. Ma i download sono cresciuti solo del 2%. In altre parole: l'offerta di app esplode, la domanda no. Se gli store si riempiono di app inutili e duplicate, diventa difficile da una parte gestirle, dall'altra anche capire quali meritano davvero. Per chi vive scrivendo e vendendo software la pressione è doppia. Da un lato si trova a competere con decine di app che magari si sono ispirate proprio alla sua, e se alcune sono fatte male altre sono davvero ottime, magari non altrettanto complete ma comunque usabili. Dall'altra deve fare i conti con l'utente che detesta pagare decine di abbonamenti mensili per ogni piccola app e che ora ha finalmente i mezzi per costruirsi una copia funzionante, senza i paletti messi apposta per farsi pagare.
In ogni caso rischia di perdere tantissimo, anche perché molte persone grazie all'app economy si sono costruite un futuro che ora vedono vacillare. Photon è uscito anche su Linux insieme agli altri sistemi, e mai come in questi ultimi mesi Linux ha avuto così tante app nuove e con interfacce curate. D'altra parte l'IA riesce a fare, e spesso anche bene, proprio la parte che ai progetti open source riusciva peggio: l'interfaccia. Ottimi progetti Linux hanno dovuto fare i conti in questi anni con una UX poco curata, perché chi è bravissimo a scrivere codice spesso è un pessimo designer, e i buoni designer costano. Basta vedere GIMP: esiste da anni, ma non è mai riuscito a raggiungere un livello di usabilità pari a quello che ha, fin dalla prima release, Photon Studio.
C'è però un problema di fondo in tutto questo. L'IA sa rifare Photoshop perché ha imparato da codebase pubbliche su GitHub, da manuali, funzioni e schermate di applicazioni esistenti. Se le aziende che scrivono software finiscono in difficoltà, perché le loro app vengono rifatte gratis e con pari qualità, a un certo punto non ci sarà più nulla a cui ispirarsi. Sempre che, come ci ha detto Google quando ci ha mostrato i Googlebook, tra qualche anno si potrà tranquillamente fare a meno delle app.