L'intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? È la domanda che negli ultimi anni accompagna ogni discussione sul futuro dell'occupazione. Secondo Mustafa Suleyman, amministratore delegato di Microsoft AI, i timori sono ampiamente esagerati. La sua posizione, espressa poche ore prima dell'evento Windows e Surface dedicato proprio all'IA, parte da una distinzione cruciale: quella tra singoli compiti e lavoro nel suo complesso. Automatizzare alcune attività, sostiene, non equivale a cancellare un'intera professione.
La stima di Acemoglu: solo il 5% in dieci anni
A supporto della sua tesi, Suleyman ha rilanciato una stima dell'economista del MIT e premio Nobel Daron Acemoglu: nei prossimi dieci anni l'IA potrebbe sostituire circa il 5% del lavoro umano negli Stati Uniti. Il ragionamento è lineare. L'IA sarebbe tecnicamente in grado di automatizzare circa il 20% delle attività d'ufficio più semplici, ma le aziende ne adotterebbero concretamente solo un quarto, appunto il 5%. Lo stesso economista definisce il dato una stima approssimativa, pubblicata a luglio sul primo numero di The Humanist Review, rivista edita da Microsoft AI.
Il punto centrale è lo scarto tra ciò che l'IA può fare e ciò che le imprese riescono davvero a usare. Acemoglu riconosce che i modelli sono migliorati più rapidamente del previsto, ma gli strumenti adottabili con facilità non hanno fatto lo stesso salto. I risultati nella scrittura di codice, nella progettazione software o nella diagnostica radiologica sono notevoli, ma maturano in laboratorio, dove il contesto è chiaro e i compiti sono ben delimitati. Nel mondo reale gli ingegneri dedicano molto tempo al debug del codice generato dall'IA, mentre i radiologi faticano a integrare la propria competenza con questi strumenti.
Collaborazione, non sostituzione
Le previsioni sulla fine di intere professioni non sono una novità: ondate di annunci hanno riguardato radiologi, autisti e contabili, ma finora nulla di tutto ciò è accaduto. Gli ospedali hanno ancora bisogno di radiologi, anzi più di prima. Questo non significa che il restante 95% dei posti sia al sicuro: un'azienda potrebbe aver bisogno di meno persone anche se l'IA non gestisce da sola l'intera professione. Acemoglu avverte però che sulla strada attuale l'IA rischia di aumentare le disuguaglianze e di non garantire i grandi aumenti di produttività promessi. La soluzione, per l'economista, è spostare l'obiettivo dall'automazione alla collaborazione tra persone e macchine, come nel caso della scuola, dove un sistema di IA può individuare le difficoltà di ogni studente e aiutare il docente a organizzare gruppi di approfondimento.
Le previsioni restano comunque discordanti. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, a gennaio aveva indicato uno scenario molto più radicale, con l'IA capace di stravolgere il 50% dei lavori impiegatizi di primo livello in uno-cinque anni. I dati successivi della stessa Anthropic restituiscono però un quadro più sfumato: solo il 10% dei lavoratori teme di perdere il posto nei dodici mesi seguenti. Anche la ricerca ATLAS di Google, su 15 milioni di interazioni, rileva che l'IA copre circa il 21% dei compiti di un lavoro tipico e che meno del 10% di queste interazioni porta all'automazione completa.