Nell'ultima settimana sono emersi due episodi che hanno acceso il dibattito. L'utente noto online come log4j ha pubblicato su X l'analisi di una smart TV Samsung acquistata nel 2025, condotta con l'ausilio di strumenti di intelligenza artificiale, e poco dopo ha raccontato la sospensione del proprio account OpenAI. Nello stesso periodo si sono moltiplicate le segnalazioni di utenti secondo cui Claude avrebbe iniziato a interrompere le analisi quando gli si chiede di lavorare con REA (Reverse Engineer Anything), il progetto open source che fornisce agli agenti gli strumenti per esaminare software di cui non si possiedono i sorgenti.
REA è già stato impiegato per il reverse engineering di decine di prodotti, tra cui i progetti cleanyourtv e dumbtv, che hanno permesso di creare strumenti capaci di ripulire le smart TV da app preinstallate e pubblicità, rendendole più veloci e piacevoli da usare. Serve però cautela: la sospensione di log4j è raccontata dall'interessato e OpenAI non ha fornito spiegazioni ufficiali, quindi l'account potrebbe essere stato usato anche per altro. Lo stesso vale per i blocchi di Claude: non è dimostrato che Anthropic abbia vietato il reverse engineering, né che si tratti di una scelta mirata. Potrebbe semplicemente trattarsi di controlli di sicurezza aggiuntivi che hanno escluso uno strumento comunque considerato pericoloso.
Il desiderio di controllare ciò che si acquista
Ciò che gli utenti provano a fare, ovvero modificare i propri dispositivi per sbloccare funzioni chiuse di proposito o eliminare tracciamento e imposizioni legate ad accordi commerciali, è oggi una delle maggiori problematiche per le aziende tecnologiche. Il motivo è semplice: le persone vogliono controllare a pieno il prodotto acquistato, rimuovere app non richieste, capire quali dati escono dal dispositivo o usare l'hardware per scopi non previsti dal produttore. Nei giorni scorsi è emerso, ad esempio, che NVIDIA avrebbe ridotto volutamente la potenza di calcolo IA delle serie 3000 e 4000 per spingere le più costose versioni Pro ed evitare che le aziende comprassero, spendendo meno, le GPU dedicate al gaming.
Fino a ieri tutto questo richiedeva competenze rare o era quasi impossibile per complessità. Oggi gli agenti IA, a pochi euro e grazie a soluzioni come REA, possono farlo in poche ore: esaminano gli eseguibili, leggono pseudocodice decompilato, correlano funzioni, osservano il traffico e provano soluzioni a ripetizione, mentre l'utente si limita a indicare l'obiettivo. Un hobby da "nerd" diventa un'operazione alla portata di chiunque. Il problema, per chi vende, è che l'hardware non coincide quasi mai con l'intero prodotto: la maggior parte dei dispositivi è venduta insieme a una piattaforma o a un'esperienza, pagata tramite abbonamento oppure con i dati e l'attenzione dell'utente, che alimentano pubblicità, profilazione e accordi commerciali.
Chi paga il conto e quali contromisure
Il software o il firmware tengono insieme l'ecosistema: legano l'utente alla piattaforma e rendono naturale acquistare nello store del produttore. Le partnership con fornitori di contenuti, inserzionisti e produttori di app fanno spesso tornare i conti più della marginalità sul singolo apparecchio: è il motivo per cui non si rinuncia al bloatware. Questo spiega perché molti prodotti costano meno di quanto "dovrebbero": il caso del Kindle è emblematico, con un prezzo sensato solo considerando che chi lo compra acquisterà libri nello store di Amazon e, in molte configurazioni, vedrà anche la pubblicità. Se gli utenti trasformano quel dispositivo in un e-reader universale capace di leggere qualsiasi formato, per Amazon la cosa è tollerabile finché impatta su pochi esemplari; se diventa la norma, il conto economico del progetto vacilla.
Le soluzioni a disposizione delle aziende sono poche: proteggere di più i dispositivi con bootloader bloccati, firmware cifrati e verifiche d'integrità aggressive; spostare tutto ciò che ha valore sul cloud, dove l'utente non può mettere le mani e l'IA non può guardare; oppure alzare il prezzo dell'hardware, perché se l'ecosistema non è più fonte di ricavo, ciò che prima era coperto dal servizio deve essere coperto dal prezzo del dispositivo. L'effetto potrebbe quindi portare a prodotti più cari, più chiusi o entrambe le cose, colpendo anche chi non ha alcuna intenzione di modificare nulla. Tutto dipende da quanto il fenomeno diventerà di massa: come per la pirateria, finché riguardava pochi esperti veniva tollerato, ma quando è bastato un clic sono arrivate contromisure che creano problemi a tutti. In questo scenario, fornitori di modelli come Anthropic e OpenAI sono arbitri della disputa: forniscono gli strumenti e devono decidere dove collocare il confine tra studio del proprio dispositivo e attacco a quello altrui.