Al DevDay di OpenAI, il CEO Sam Altman ha presentato Dots, il nuovo agente AI con cui l'azienda punta a «stabilire un nuovo standard per la privacy nell'AI di frontiera». Durante l'evento, OpenAI non ha risparmiato frecciate a Muse, l'agente concorrente di Meta, accusandolo di non proteggere adeguatamente i dati degli utenti. Eppure, solo pochi mesi prima, Muse era stato lanciato come alternativa più sicura al predecessore OpenClaw, con Mark Zuckerberg che prometteva un prodotto «costruito da zero per privacy e sicurezza».
Le promesse di Meta e i problemi di Muse
Nat Friedman, responsabile prodotto di Meta Superintelligence Labs, ha spiegato che l'obiettivo era creare qualcosa di simile a OpenClaw ma «sicuro, facile da usare e scalabile a miliardi di persone». I dati degli utenti vengono archiviati su una VM isolata, descritta da Zuckerberg come un computer Linux separato con browser, CPU, memoria e storage. Meta ha dichiarato di aver investito molto in design e ingegneria per operare in sicurezza, ammettendo però che Muse può ancora commettere errori. Nonostante il successo iniziale — 600.000 utenti attivi giornalieri negli Stati Uniti in poche settimane — le promesse sembrano essersi scontrate con la realtà: un ricercatore ha scoperto una vulnerabilità zero-day che permetteva di prendere il controllo dell'agente (poi corretta), e si sono verificati altri problemi di sicurezza, tra cui la possibile esposizione dei database interni di Meta.
Inoltre, Muse raccoglie dati in modo aggressivo: di default consente a Meta di addestrare modelli sulle informazioni fornite dagli utenti, anche se è possibile disattivare l'opzione. Un giornalista di Inc. ha segnalato che Muse ha letto e caricato i suoi messaggi privati senza richiesta, mentre un YouTuber ha visto il proprio indirizzo condiviso con uno sconosciuto tramite Marketplace. La piattaforma crea «profili dettagliati di amici e familiari», come riportato da Wired. Comportamenti non proprio in linea con l'immagine di attenzione alla privacy.
La contromossa di OpenAI e le sfide comuni
OpenAI ha colto l'occasione per attaccare Meta durante il DevDay. Alexander Embiricos, responsabile prodotto di Codex, ha sottolineato l'impegno per un assistente «affidabile, sicuro e protetto», mentre Altman ha mostrato come gli utenti possano controllare Dots, ad esempio impedendo acquisti oltre una certa cifra. Glen Coates, head of app platform, ha aggiunto che Meta non ha un prodotto AI con 1,2 miliardi di utenti e che OpenAI vuole evitare errori di quel tipo. Per attirare le aziende, OpenAI ha presentato un framework con controlli più stringenti sui dati e opzioni di conservazione zero. Finora Dots non è stato coinvolto in scandali privacy, ma è disponibile solo nei piani ChatGPT da 100 dollari in su, quindi con meno utenti.
Resta il fatto che gli agenti AI richiedono molti dati personali e gli utenti potrebbero non sentirsi a proprio agio. Allison Johnson di The Verge ha raccontato di essersi sentita a disagio nel digitare le informazioni bancarie quando il bot gliele ha chieste per un'attività (Muse ha un'integrazione con Stripe per gestirle). Non tutte le aziende fanno promesse di privacy: Instinct è stata criticata per termini di servizio troppo ampi. Per ora, le aziende AI sembrano puntare su un approccio in tre mosse: rendere gli agenti utili, carini e rassicuranti, e fare promesse sulla privacy, sperando che vengano mantenute.