Un attacco ransomware non è più solo una questione di file cifrati: sempre più spesso i criminali informatici puntano prima a smantellare le difese della vittima. È quello che ha scoperto Symantec analizzando un'incursione condotta con il ransomware Anubis contro un'organizzazione statunitense, avvenuta lo scorso ottobre. Durante l'indagine, i ricercatori hanno identificato una nuova backdoor battezzata Lindnor, progettata per garantire agli aggressori un accesso persistente e silenzioso ai sistemi compromessi.
Una backdoor per restare invisibili
Lindnor non è un semplice malware di passaggio: è uno strumento che consente di mantenere il controllo della rete anche dopo la fase iniziale dell'attacco. Secondo l'analisi di Symantec, gli aggressori hanno utilizzato la backdoor per disattivare o aggirare le soluzioni di sicurezza presenti, tentando di spegnere ogni forma di difesa prima di sferrare il colpo finale con Anubis. Una strategia sempre più diffusa tra i gruppi ransomware, che mirano a massimizzare i danni e a rendere più difficile la reazione delle vittime.
Qualcosa è andato storto
Nonostante l'ambizione dell'operazione, il piano non è però andato completamente a segno. Proprio durante il tentativo di neutralizzare le protezioni, qualcosa è andato storto per gli attaccanti, offrendo a Symantec la possibilità di osservare e documentare il funzionamento di Lindnor. Il caso dimostra quanto sia cruciale, per le aziende, adottare difese stratificate e monitorare costantemente la rete: un singolo intoppo nel piano dei criminali può fare la differenza tra un disastro annunciato e un attacco contenuto.
La scoperta di Lindnor conferma una tendenza chiara: il ransomware moderno è sempre più sofisticato e punta a colpire prima le difese che i dati. Conoscere queste tecniche è il primo passo per contrastarle.