I grandi data center sono le fondamenta fisiche su cui poggiano i sogni delle aziende tecnologiche nell'era dell'intelligenza artificiale. Ma la corsa a costruire magazzini pieni di server affamati di energia ha scatenato conflitti in tutto il mondo: impatto sulle reti elettriche, bollette più salate, comunità locali esasperate e danni ambientali sono ormai all'ordine del giorno. La posta in gioco non è più solo tecnologica, ma politica e sociale.
Le urne bocciano i data center
Le elezioni di medio termine del 2026 hanno trasformato i data center in un tema bipartisan di primo piano, con i candidati favorevoli alle moratorie che hanno vinto in diverse zone del Paese. Secondo i sondaggi NBC News, il 76% degli elettori si è dichiarato contrario ai data center nella propria comunità, e decine di referendum locali hanno imposto restrizioni dirette. Il caso più emblematico è quello della Florida, dove il candidato repubblicano Byron Donalds, sostenuto da 148 milioni di dollari di fondi elettorali in gran parte provenienti dal settore tech, ha visto erodersi consensi persino tra i suoi elettori storici.
Di fronte a questa ondata di ostilità, i colossi dell'IA stanno correndo ai ripari. OpenAI ha annunciato l'impegno a non utilizzare più accordi di riservatezza con i funzionari pubblici, ammettendo solo "protezioni ristrette" per segreti commerciali e informazioni sensibili, sulla scia di quanto fatto da Amazon a ottobre. La società di Sam Altman ha inoltre lanciato il Grid Protectors Program, un progetto pilota in Georgia che promette di liberare fino a 1.000 megawatt di potenza durante emergenze climatiche, sufficienti per alimentare i condizionatori di circa 700.000 abitazioni.
Rebranding e scappatoie legislative
La strategia di comunicazione passa anche dal lessico: OpenAI sembra scommettere su un rebranding silenzioso, trasformando i contestatissimi "data center" in rassicuranti "compute campus". Nel frattempo, sul fronte legislativo, avanza con sostegno bipartisan un maxi disegno di legge sui permessi che potrebbe accelerare i progetti energetici e ridurre le bollette, ma che secondo gli ambientalisti rischia di limitare le verifiche ambientali e favorire le fonti fossili. In California, la Proposition 45 promette tempi più rapidi per le valutazioni ambientali, ma i gruppi ecologisti temono che diventi un cavillo per aggirare il controllo pubblico sui nuovi data center.
Il caso del Maine è emblematico: lo Stato è stato a un passo dal diventare il primo a sospendere i data center, prima del veto del governatore sulla moratoria. E mentre in Texas la democratica Gina Hinojosa, eletta governatrice, ha chiesto una pausa nello sviluppo, il Partito Repubblicano ha già avvertito in un memo riservato che se i data center diventassero un tema elettorale tossico, "i politici di tutto il Paese non si avvicinerebbero mai al prossimo progetto". La battaglia per l'infrastruttura dell'IA è appena cominciata.