Il caso C-250/25 contro Google Ireland torna al centro del dibattito europeo sul rapporto tra intelligenza artificiale e diritto d'autore. Il 3 novembre l'avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione europea Maciej Szpunar ha depositato le sue conclusioni, offrendo un parere destinato a pesare sulle future decisioni in materia di chatbot e contenuti editoriali.
Cosa rischia Gemini
Secondo Szpunar, le risposte generate da Gemini – il modello conversazionale di Google – potrebbero configurarsi come una violazione dei diritti degli editori. In altre parole, il modo in cui il chatbot restituisce contenuti informativi potrebbe ledere le tutele riconosciute a chi produce notizie e contenuti originali. Un passaggio cruciale, perché sposta l'attenzione dal momento della raccolta dei dati a quello della loro rielaborazione e presentazione all'utente.
Addestramento lecito, ma con riserve
Il parere dell'avvocato generale chiarisce però un punto a favore dei colossi tecnologici: l'addestramento dei modelli di intelligenza artificiale è, di norma, lecito. La questione non riguarda quindi la fase di apprendimento in sé, ma le modalità con cui i chatbot diffondono e sintetizzano le informazioni. Una distinzione sottile ma decisiva, che potrebbe ridisegnare gli obblighi di trasparenza e compensazione per gli editori.
La palla passa ora alla Corte di giustizia dell'Unione europea, che dovrà pronunciarsi nel merito. Se le conclusioni di Szpunar venissero confermate, gli editori otterrebbero un precedente importante per rivendicare tutele contro l'uso dei propri contenuti da parte dei chatbot. Per Google e gli altri operatori del settore, invece, si profila la necessità di rivedere i meccanismi di citazione e attribuzione delle fonti, in un equilibrio sempre più delicato tra innovazione e diritto d'autore.