Meta avrebbe ridotto di quasi 6 miliardi di dollari il proprio debito con il fisco statunitense grazie a una particolare classificazione dei suoi datacenter. Secondo il New York Times, alcune delle grandi strutture costruite per l'intelligenza artificiale sarebbero state registrate come impianti sperimentali, o modelli pilota, permettendo di applicare ai chip acquistati i crediti d'imposta destinati alle attività di ricerca e sviluppo. Una mossa che ha permesso all'azienda di abbattere le tasse in modo significativo.
La strategia fiscale e i numeri
La vicenda ruota attorno a un'agevolazione introdotta negli Stati Uniti per spingere le aziende a investire in progetti di ricerca rischiosi. Il principio è compensare parzialmente le imprese per costi sperimentali che potrebbero non portare ai risultati sperati, ma le regole escludono espressamente che lo stesso credito possa essere usato per le normali attività operative. Meta avrebbe adottato classificazioni diverse a seconda della destinazione d'uso: infrastrutture operative per i tradizionali servizi cloud e di archiviazione, mentre alcune strutture per l'IA sarebbero finite nella categoria dei modelli pilota, con una contabilizzazione differente anche per i chip.
La strategia sarebbe iniziata circa due anni fa e nel 2024 avrebbe permesso di ridurre le imposte di circa 2 miliardi di dollari, cifra salita a quasi 4 miliardi nell'esercizio fiscale 2025, per un totale che si avvicina ai 6 miliardi. Secondo il quotidiano statunitense, Meta sarebbe diventata il principale beneficiario noto di questo specifico credito tra tutte le società quotate. La stessa azienda, nei documenti finanziari esaminati dal NYT, riconosce l'esistenza di "incertezze relative ai nostri crediti d'imposta per la ricerca" e ammette la possibilità che una parte delle somme richieste venga contestata dall'Internal Revenue Service (IRS), l'agenzia fiscale federale.
Reazioni e contesto
Anche il ruolo dei consulenti finisce sotto osservazione: EY, incaricata della revisione contabile di Meta, avrebbe approvato l'impostazione e, secondo il quotidiano, avrebbe suggerito che anche altre aziende potrebbero adottare un approccio analogo. Molto più netta la posizione di Lisa De Simone, ex consulente fiscale della stessa EY: "Meta sta richiedendo miliardi di dollari di benefici fiscali che i suoi stessi contabili stanno dicendo agli investitori essere a rischio di annullamento da parte dell'IRS". L'azienda difende la propria lettura delle norme; il portavoce Andy Stone ha dichiarato che "Meta è uno dei maggiori investitori in ricerca e sviluppo negli Stati Uniti. Come altre aziende che investono a questa scala, utilizziamo gli incentivi fiscali che il Congresso ha istituito decenni fa per incoraggiare questo tipo di investimento nazionale".
Per capire la portata della vicenda, basti pensare che secondo il Joint Committee on Taxation i crediti fiscali per le attività sperimentali sarebbero costati al governo statunitense circa 32,1 miliardi di dollari nel 2025: le sole richieste di Meta rappresenterebbero attorno al 10% dell'intero ammontare. Un indizio arriva anche dai conti aziendali: le riserve per coprire eventuali contestazioni fiscali sono passate in due anni da 12,9 a 18,74 miliardi di dollari, con un incremento vicino al 45%, e nei documenti depositati i crediti legati alla ricerca compaiono tra le principali posizioni che l'IRS potrebbe mettere in discussione. Non è il primo esame su questo fronte: Meta sta già affrontando una controversia da circa 16 miliardi di dollari tra imposte e sanzioni per profitti trasferiti alle Isole Cayman.