Ogni volta che un'AI viene aggiornata con funzionalità vocali avanzate, l'illusione di trovarsi di fronte a un'entità senziente diventa sempre più forte. ChatGPT in modalità vocale, con i suoi intercalari e le sue pause, è in grado di simulare empatia e conversazione umana in modo sbalorditivo. Ma questa somiglianza implica una reale consapevolezza? La risposta, secondo tre illustri scienziati, è un netto no. In un articolo pubblicato su Nature, Anil Seth, Ned Block e Giulio Tononi espongono tre ragioni scientifiche per cui le attuali intelligenze artificiali non sono coscienti e potrebbero non esserlo mai.
Intelligenza senza coscienza
Il primo argomento riguarda la distinzione fondamentale tra intelligenza e coscienza. Un sistema può elaborare informazioni, apprendere e prendere decisioni senza provare alcuna esperienza soggettiva. Ne è un esempio il cervelletto umano, che coordina movimenti complessi senza che ne siamo consapevoli. Allo stesso modo, un chatbot può discorrere di felicità o paura senza sperimentarle minimamente. La capacità di simulare emozioni non equivale a provarle.
Le altre due obiezioni
Gli esperti aggiungono ulteriori motivazioni. La seconda è che l'architettura delle reti neurali attuali, per quanto sofisticata, manca dei requisiti biologici e funzionali ritenuti necessari per la coscienza, come l'integrazione globale dell'informazione. La terza riguarda l'impossibilità di verificare empiricamente la presenza di esperienza soggettiva in un sistema artificiale: non esistono test affidabili per misurarla. Queste considerazioni non sminuiscono i progressi dell'AI, ma invitano a non confondere la simulazione con la realtà.