La corsa all'intelligenza artificiale passa anche dai dati, e la domanda su chi possa decidere come vengono usati i contenuti online resta aperta. Meta ha dovuto fare marcia indietro dopo le proteste degli editori: una clausola introdotta di recente nei termini commerciali sembrava autorizzare la società di Menlo Park a raccogliere automaticamente i contenuti dei siti web collegati agli account business, utilizzandoli per sviluppare e addestrare i propri sistemi di AI.
Cosa prevedeva la clausola contestata
Il meccanismo si basava sui cosiddetti web crawler, software capaci di visitare migliaia di pagine in automatico, analizzarne il contenuto e raccogliere informazioni. Per gli editori il rischio era concreto: possedere un account commerciale su Facebook o Instagram avrebbe potuto significare concedere a Meta diritti molto ampi sui contenuti pubblicati sui propri siti, senza un consenso esplicito e senza compensi.
La correzione e l'impatto sul settore
Dopo le pressioni, Meta ha rivisto le condizioni, chiarendo che i contenuti dei siti collegati agli account business non saranno più raccolti in automatico per l'addestramento dell'AI. Una vittoria per gli editori, che da tempo chiedono regole chiare e trasparenti sull'uso delle proprie pubblicazioni. La vicenda conferma quanto sia delicato l'equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela del lavoro editoriale: i dati sono il carburante dell'AI, ma chi li produce rivendica il diritto di decidere come e a quali condizioni vengano utilizzati.