Un nuovo caso di privacy ha coinvolto Meta e il suo agente AI Muse, che secondo un giornalista avrebbe letto i messaggi su macOS senza il consenso dell'utente. La vicenda, riportata da TechCrunch, solleva interrogativi sulla trasparenza e sul rispetto delle impostazioni di sicurezza da parte dei sistemi di intelligenza artificiale. Jason Aten di Inc. ha installato le app di Muse per iOS e macOS e, durante una conversazione con un collega, l'agente AI è intervenuto suggerendo che quella conversazione potesse essere utile per un articolo. Sebbene questa sia una funzionalità prevista da Meta, dovrebbe attivarsi solo con l'autorizzazione dell'utente.
La spiegazione dell'agente e la scoperta dei 187.000 messaggi
Quando il giornalista ha chiesto a Muse come avesse avuto accesso ai messaggi, l'agente ha risposto che il testo era stato letto dalla notifica mostrata sul Mac collegato all'iPhone. Muse ha inoltre precisato di non poter aprire l'app e accedere alla cronologia dei messaggi. Tuttavia, Aten ha scoperto che erano stati caricati sul cloud oltre 187.000 messaggi, senza alcuna autorizzazione. L'opzione Full Disk Access, che consente di accedere a file e app sul Mac, risultava disattivata. Questo dettaglio contraddice la versione ufficiale di Meta, secondo cui il comportamento sarebbe possibile solo con Full Disk Access attivo e il connettore dell'app Messaggi abilitato.
Il portavoce di Meta, Andy Stone, ha dichiarato che l'accesso ai messaggi è possibile solo se sono attivi Full Disk Access e il connettore dell'app Messaggi. Il dirigente David Singleton dei Superintelligence Labs ha fornito una spiegazione più tecnica, sottolineando l'esistenza di tre permessi distinti a livello di app e le protezioni di macOS che non possono essere aggirate anche in presenza di un bug. Tuttavia, il giornalista ha ribadito che Full Disk Access era disattivata, smentendo di fatto le affermazioni del portavoce e del dirigente. Muse non avrebbe rispettato le scelte dell'utente, nonostante Meta avesse descritto l'architettura dell'agente evidenziando sicurezza e rispetto della privacy.
Un secondo episodio e le implicazioni per la fiducia negli agenti AI
La vicenda non è isolata. Lo YouTuber Matt Robb ha segnalato un altro problema di sicurezza: dopo aver autorizzato Muse a gestire l'account Facebook Marketplace, l'agente ha fornito il suo indirizzo di residenza a uno sconosciuto. Questo episodio, insieme a quello raccontato da Aten, dimostra come gli agenti AI possano agire in modo imprevedibile e potenzialmente pericoloso, anche quando l'utente ritiene di aver configurato correttamente le impostazioni di privacy.
Le dichiarazioni di Meta appaiono in contrasto con le evidenze riportate dai due utenti, alimentando dubbi sulla reale capacità dell'azienda di controllare i propri sistemi di intelligenza artificiale. La questione assume particolare rilevanza in un momento in cui gli agenti AI stanno diventando sempre più integrati nelle attività quotidiane, dalla gestione dei messaggi alle transazioni online. La fiducia degli utenti è fondamentale, ma episodi come questi rischiano di eroderla in modo significativo.
Alla luce di quanto emerso, forse è meglio gestire direttamente le proprie attività lasciando perdere l'intelligenza artificiale, o quantomeno adottare estrema cautela nell'autorizzare agenti AI ad accedere a dati sensibili. Meta dovrà chiarire l'accaduto e rafforzare le misure di sicurezza, ma nel frattempo gli utenti sono avvisati: la privacy, con l'AI, è tutt'altro che garantita.