L'intelligenza artificiale può davvero stabilire quanto siamo disposti a pagare per un hamburger? McDonald's sembrava convinta di sì, ma ora la questione approda in tribunale. Negli Stati Uniti, l'uso di algoritmi per suggerire i prezzi dei menu è finito sotto la lente di un giudice, a seguito di una class action depositata da Michael Thomas, residente in Illinois.
L'accusa: un sistema centralizzato di pricing
Secondo la denuncia, McDonald's avrebbe creato un sistema capace di raccogliere i dati sulle transazioni di quasi 14.000 ristoranti americani e di utilizzarli per raccomandare il prezzo dei singoli prodotti. La vicenda è resa più complessa dal fatto che circa il 95% dei locali è gestito da franchisee indipendenti, che sulla carta dovrebbero competere tra loro. Ed è proprio qui che nasce il sospetto di violazione delle norme antitrust.
Come funziona l'algoritmo contestato
Stando all'accusa, dal 2019 i ristoranti invierebbero ordini e ricevute a un sistema centrale, che attraverso algoritmi di machine learning analizza milioni di transazioni e suggerisce quanto far pagare hamburger, patatine e altri prodotti. In pratica, l'IA non si limiterebbe a ottimizzare le vendite, ma coordinerebbe di fatto i prezzi tra insegne formalmente concorrenti, annullando la competizione sul territorio.
La class action mira a dimostrare che questo meccanismo costituisce una pratica di price fixing algoritmico, vietata dalla legge statunitense. Se i giudici dovessero dare ragione ai querelanti, il caso potrebbe diventare un precedente importante per tutte le aziende che utilizzano l'IA per definire strategie di prezzo, non solo nel settore del fast food. La partita è aperta e le implicazioni potrebbero ridefinire il confine tra innovazione tecnologica e concorrenza leale.