Quando si parla di intelligenza artificiale in azienda, l'immaginario corre subito a chatbot che conversano con i clienti o a sistemi capaci di prendere decisioni complesse. La realtà, però, sembra essere molto più prosaica: otto agenti AI su dieci tra quelli che le imprese chiedono di integrare nei propri processi sono destinati al back office. In altre parole, a sbrigare le scartoffie.
Secondo un'analisi di mercato, la stragrande maggioranza di questi agenti viene impiegata per attività ripetitive e a basso valore aggiunto: leggere documenti, inserire dati nei gestionali, preparare report e smistare pratiche. Solo due su dieci, invece, vengono utilizzati in contesti più strategici, come l'assistenza clienti avanzata o l'analisi predittiva.
Perché questo squilibrio?
Il motivo è presto detto: le aziende cercano risultati immediati e tangibili. Automatizzare le attività amministrative è più semplice e richiede meno sforzo organizzativo rispetto a rivoluzionare i processi decisionali. Inoltre, i dati strutturati e i flussi di lavoro standardizzati rendono il back office il terreno ideale per testare l'efficacia degli agenti AI senza rischi eccessivi.
Ma questa tendenza potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio. Da un lato, libera i dipendenti da incombenze noiose, aumentando l'efficienza. Dall'altro, rischia di limitare l'innovazione: se l'AI viene confinata a compiti impiegatizi, il suo potenziale trasformativo resta inespresso. La sfida per le imprese sarà quindi quella di estendere l'uso degli agenti AI anche a funzioni più nobili, come il supporto alle decisioni e la creatività, per non ridurli a semplici passacarte digitali.