Chi ha vissuto l'era delle console a 8 e 16 bit lo sa bene: i videogiochi arrivavano in Italia quasi sempre in inglese o giapponese, senza alcun adattamento. Niente menù tradotti, niente sottotitoli, figurarsi il doppiaggio. Eppure intere generazioni sono riuscite a completare titoli complessi, dalle avventure testuali ai giochi di ruolo, semplicemente andando a intuito, memoria e tentativi.
Perché accadeva (e perché era normale)
Negli anni '80 e '90 il mercato italiano era considerato marginale. Le software house concentravano le localizzazioni su inglese, francese e tedesco, lasciando l'italiano fuori dai piani. Così giochi come The Secret of Monkey Island, Zelda II, Final Fantasy o Metal Gear arrivavano con testi incomprensibili per la maggior parte dei giocatori. Si imparavano le meccaniche a forza di errori, si memorizzavano le sequenze dei menù e si andava avanti per assurdo. La rivista specializzata diventava fondamentale per capire cosa fare.
5 titoli simbolo di un'epoca
Tra i casi più iconici ci sono Super Mario Bros. 3 (i messaggi erano rari, ma i menù in giapponese), The Legend of Zelda (indizi in inglese che richiedevano deduzione), Final Fantasy VII (arrivato in Europa solo in inglese, con dialoghi lunghissimi), Resident Evil (enigmi e documenti in lingua originale) e Pokémon Rosso e Blu (nomi e mosse in inglese, ma il gioco era così intuitivo da diventare un fenomeno anche così).
Oggi la situazione è cambiata, ma non del tutto: molti giochi italiani vengono ancora doppiati solo in inglese, e la localizzazione completa resta un lusso per pochi titoli. Quei tempi ci hanno insegnato a giocare con le immagini, i simboli e la pazienza. E forse, senza saperlo, ci hanno resi giocatori più attenti.