SpaceX ha portato in orbita il primo satellite AI di Google, segnando l'avvio operativo del Project Suncatcher. Il lancio è avvenuto con la missione Transporter-18 del 1° ottobre, che ha dispiegato 130 payload di varie aziende. Tra questi c'era il satellite Project Suncatcher M1, realizzato da Planet Labs per conto di Google e dotato di versioni modificate delle TPU (Tensor Processing Unit) normalmente utilizzate nei data center terrestri.
Obiettivo: data center orbitali
Google ha confermato di aver stabilito il collegamento con il satellite e che tutti i sistemi funzionano come previsto. Nelle prossime settimane verranno raccolti dati per valutare come le TPU reagiscono alle sollecitazioni fisiche del volo spaziale, alle radiazioni e alle temperature estreme. Il prototipo sembra aver già superato il primo test, quello di accelerazione e vibrazioni. Ora si verificheranno la resistenza ai raggi cosmici e agli eventi solari e l'efficacia del sistema di raffreddamento, che nello spazio può contare solo sull'irraggiamento termico, data l'assenza di aria.
Energia solare e prospettive future
Se i risultati saranno positivi, Google lancerà altri due satelliti progettati specificamente da Planet Labs per il calcolo avanzato, in grado di gestire carichi di lavoro più impegnativi. Le versioni future potranno combinare l'elaborazione tramite un collegamento di comunicazione laser. Il vantaggio principale risiede nell'energia: i data center terrestri consumano quantità enormi di elettricità, mentre in orbita bassa i satelliti possono sfruttare una luce solare quasi costante, generando fino a otto volte più energia rispetto a quanto avviene sulla Terra.
Nei prossimi giorni dovrebbero arrivare aggiornamenti sulla missione. Il progetto rappresenta una scommessa ambiziosa: verificare se l'ambiente spaziale può diventare una piattaforma sostenibile per l'intelligenza artificiale su larga scala, riducendo la dipendenza dalle infrastrutture terrestri sempre più energivore.