Un venerdì nero da consegnare ai libri di storia della finanza. Intel ha visto il proprio titolo precipitare di quasi il 30% in una sola seduta, registrando il peggior crollo degli ultimi cinquant'anni. Una voragine da circa 150 miliardi di dollari di capitalizzazione evaporati in poche ore, un terremoto che ha scosso l'intero comparto dei semiconduttori e riacceso i riflettori sulle difficoltà strutturali del colosso di Santa Clara.
Le cause del tonfo
A innescare il selloff sono state le previsioni deludenti per il quarto trimestre, che hanno deluso le attese degli analisti e alimentato dubbi sulla capacità dell'azienda di invertire la rotta. A pesare sono soprattutto le difficoltà produttive legate ai processori per server, segmento strategico dove Intel sta perdendo terreno rispetto ai concorrenti. Non aiutano le prospettive negative del mercato PC, ancora in fase di stallo, né gli ingenti investimenti industriali che stanno comprimendo i margini senza garanzia di ritorni a breve termine.
Effetto domino sul settore
Il crollo di Intel non è rimasto isolato: l'onda d'urto si è propagata a tutto il settore dei semiconduttori, con ripercussioni anche su colossi come AMD e Nvidia, seppur in misura minore. Gli investitori temono che la debolezza del gigante americano possa segnalare un rallentamento più ampio della domanda di chip, proprio mentre l'intelligenza artificiale spinge la corsa ai processori di nuova generazione. La fiducia nel management è ai minimi storici e molti analisti rivedono al ribasso i target di prezzo.
Per Intel si apre ora una fase delicata: la pressione sui conti rende ancora più urgente l'esecuzione del piano di rilancio industriale, ma il mercato sembra aver smesso di concedere tempo. La domanda che aleggia tra gli operatori è una sola: riuscirà l'azienda a risollevarsi o questo è l'inizio di un declino inarrestabile?