Ogni volta che un episodio di vandalismo finisce sui giornali, puntualmente si alza il coro: «È colpa dei videogiochi». L'ultimo caso delle vetrine sfondate non fa eccezione, e riporta in auge una narrazione che credevamo superata da almeno trent'anni. Peccato che la realtà sia un po' più sfumata, e che il bersaglio facile serva soprattutto a evitare di guardare altrove.
Il ritorno del colpevole perfetto
La retorica è sempre la stessa: un fatto di cronaca, un'indagine sommaria e via con il collegamento diretto tra violenza virtuale e comportamenti reali. Eppure decenni di studi scientifici hanno più volte ridimensionato questa equazione, senza mai trovare prove definitive di un nesso causale. Il punto è che i videogiochi, come qualsiasi medium, sono un capro espiatorio comodo: non votano, non protestano e non chiedono conto alla politica delle proprie responsabilità.
Ciò che la politica non vuole affrontare
Dietro le vetrine sfondate ci sono spesso disagio sociale, mancanza di opportunità e assenza di presidi territoriali, temi scomodi che richiederebbero investimenti e strategie a lungo termine. Accusare il mondo del gaming è molto più semplice e mediaticamente efficace: si crea un nemico pubblico, si cavalca l'indignazione e si evita di spiegare perché interi quartieri restano senza alternative ricreative per i più giovani.
Nel frattempo, l'industria dei videogiochi continua a essere una delle eccellenze tecnologiche e culturali del Paese, con numeri in crescita e un ruolo sempre più centrale nell'intrattenimento digitale. Continuare a trattarla come una minaccia, invece che come un fenomeno da comprendere e regolamentare con intelligenza, è il vero segnale di arretratezza. La domanda giusta non è «chi ha colpa?», ma «cosa stiamo facendo per prevenire davvero questi episodi?». Finché la risposta resterà il silenzio, il capro espiatorio avrà ancora vita lunga.