Riconoscere un testo generato dall'intelligenza artificiale è diventato un esercizio sempre più complesso, ma un nuovo studio condotto da Graphite, società di marketing specializzata nell'analisi dei contenuti, ha individuato ben 13.000 espressioni linguistiche che compaiono almeno due volte più spesso nei testi delle macchine rispetto a quelli scritti da esseri umani. Si tratta di piccoli tic verbali, veri e propri marchi di fabbrica che i modelli più avanzati si portano dietro nonostante gli sforzi dei laboratori per renderli più naturali.
Come è stata condotta la ricerca
Per arrivare a questo risultato, Graphite ha adottato una metodologia rigorosa: ha selezionato 10.000 articoli pubblicati prima dell'arrivo di ChatGPT, quindi scritti da esseri umani in un'epoca ancora immune dall'influenza dell'AI generativa. Successivamente ha fornito ai modelli linguistici solo i riassunti di quegli articoli, chiedendo loro di riscriverli da capo per evitare che si limitassero a copiare il testo originale. Mettendo poi a confronto le due pile di testi, è stato sufficiente contare quante volte ogni parola o costruzione sintattica ricorresse in modo anomalo.
Il quadro che emerge è sorprendente. Claude Opus 5.5, per esempio, ha sviluppato l'abitudine di ripetere l'intercalare "questo conta" ("this matters") ben 116 volte più spesso di un essere umano. La parola "affidabile" ("dependable") compare 23 volte più del normale, mentre la struttura "perché X è importante" raggiunge quota 92. Anche il vecchio schema "non è X, è Y" è stato bandito, ma il modello ha trovato subito una scappatoia con "è più di una X, è una Y", praticamente la stessa costruzione con un abito nuovo.
Astra di OpenAI mostra invece un repertorio diverso e un carattere più prudente. Ama scoprire "un'altra dimensione" di qualsiasi argomento, anche di una ricetta per i pancake, e quando deve promettere qualcosa si nasconde dietro formule come "può offrire" o "potrebbe fornire", evitando così di assumersi responsabilità. La sua specialità è correggere errori che nessuno ha commesso, con costruzioni che compaiono oltre 100 volte più spesso rispetto alla prosa umana. Nel frattempo, i laboratori hanno vinto la battaglia contro il trattino lungo: Opus 5.5 lo usa il 99% in meno rispetto alla versione precedente, Astra l'88% in meno rispetto ai campioni umani, e Gemini 3.1 Pro lo ha quasi cancellato dal vocabolario.
Non c'è però da festeggiare troppo. Greg Druck, chief AI officer di Graphite, ha spiegato a TechCrunch che il totale dei tic resta più o meno invariato: i laboratori riescono a eliminarne alcuni dei più sfacciati, ma ne spuntano altri, e ogni versione ha i suoi. Secondo Druck, Claude e GPT stanno prendendo due strade divergenti: i modelli Claude stanno diventando progressivamente più simili agli esseri umani nella scelta e nella frequenza delle parole, mentre i GPT si stanno allontanando sempre di più dalla distribuzione linguistica tipica dell'uomo. Le promesse non mancano — Anthropic sostiene che Opus 5.5 comunica in modo più naturale dei predecessori, e OpenAI ha garantito maggiore chiarezza per le versioni GPT-6 di Sol e Luna — ma Druck rimane scettico, convinto che i laboratori controllino questi aspetti molto meno di quanto si creda.
La conclusione è che riconoscere un testo AI richiede oggi un'attenzione sempre maggiore ai dettagli linguistici, perché i modelli evolvono rapidamente e i loro vizi si trasformano. Con miliardi di parametri e un numero finito di test possibili, qualcosa sfugge sempre. Per gli utenti, la sfida diventa quella di sviluppare un occhio critico verso queste espressioni ricorrenti, mentre per i ricercatori resta aperto il problema di fondo: rendere l'AI davvero indistinguibile dall'uomo, o accettare che una qualche forma di firma linguistica rimarrà sempre visibile.