I tracking pixel sono minuscole immagini invisibili incorporate nelle email. Quando il destinatario apre il messaggio e visualizza le immagini, il pixel viene scaricato da un server remoto, segnalando al mittente che l'email è stata aperta. Questa tecnologia è ampiamente usata nel marketing per misurare l'efficacia delle campagne, ma solleva seri problemi di riservatezza.
Cosa rivelano i pixel (e perché servono regole)
Sebbene non permettano di leggere il contenuto delle email, i tracking pixel trasmettono al mittente dati come indirizzo IP, tipo di dispositivo, orari di consultazione e numero di aperture. Secondo l'articolo 122 del Codice in materia di protezione dei dati personali, l'uso di questi strumenti richiede un consenso preventivo, libero, specifico e informato. Fanno eccezione i casi di sicurezza, necessità tecniche inderogabili o comunicazioni istituzionali e di servizio.
Informativa chiara e revoca semplice
Poiché i pixel sono invisibili, gli utenti devono essere informati in modo trasparente al momento della raccolta dell'indirizzo email (al primo utilizzo del servizio) o alla ricezione del primo messaggio. Chi li utilizza deve inoltre garantire un meccanismo agevole per revocare il consenso, ad esempio tramite un link in fondo all'email.
Il rispetto di questi obblighi sarà verificato a partire dal 30 ottobre. Le violazioni comporteranno le sanzioni previste dal GDPR, con multe che possono raggiungere cifre rilevanti. Le aziende che inviano newsletter e comunicazioni commerciali sono quindi chiamate ad adeguarsi rapidamente per evitare conseguenze economiche e reputazionali.
La stretta del Garante conferma una tendenza europea sempre più orientata a tutelare la privacy digitale anche negli strumenti meno visibili. Per i marketer, l'era dei pixel senza consenso volge al termine: la trasparenza diventa un requisito imprescindibile.