Il mercato dell'intelligenza artificiale è «quasi certamente» in una bolla. A dirlo è Ken Griffin, fondatore del colosso finanziario Citadel, che in un intervento pubblico ha messo in guardia gli investitori dagli eccessi della corsa all'AI. Il paragone scelto dal manager è quello con la bolla delle dot-com di fine anni Novanta: una fase di entusiasmo travolgente, capace di generare sia enormi squilibri finanziari sia vincitori destinati a durare nel tempo.
Eccessi e trasformazione reale
Griffin non è però un semplice catastrofista. La sua analisi è a due velocità: da un lato la valutazione delle società legate all'AI appare gonfiata dalle aspettative, dall'altro la trasformazione tecnologica è concreta e in corso. Proprio come accadde con internet, la bolla non cancella il valore della rivoluzione: le aziende che sopravvivranno saranno quelle capaci di tradurre l'hype in risultati tangibili.
Il messaggio per il mercato è chiaro: non basta annunciare un progetto AI per giustificare le valutazioni attuali. Le imprese dovranno dimostrare ritorni misurabili, ricavi reali e modelli di business sostenibili. Griffin invita quindi a distinguere tra chi cavalca l'onda e chi costruisce infrastrutture e applicazioni in grado di generare profitti nel lungo periodo.
Le implicazioni per gli investitori
Le parole del fondatore di Citadel arrivano in un momento di forte euforia sui titoli tecnologici legati all'AI, dai chip ai grandi modelli linguistici. Il rischio, secondo Griffin, è che l'eccesso di capitale finisca per premiare anche progetti fragili, salvo poi correggersi bruscamente. La lezione delle dot-com resta valida: dopo la sbornia arrivano le selezioni, e solo i vincitori più solidi restano in piedi. Per gli investitori, l'invito è a guardare oltre il clamore e a valutare con rigore chi saprà trasformare l'AI in valore economico duraturo.