Un team di ricercatori di Northwestern Medicine, UT Southwestern e UTHealth Houston ha monitorato il cuore di 13 astronauti durante missioni di circa sei mesi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. L'obiettivo era capire come l'organo si adatta alla microgravità prolungata, una domanda cruciale in vista dei futuri viaggi verso Marte. I risultati, pubblicati su una rivista scientifica, mostrano che il cuore subisce cambiamenti significativi ma reversibili, suggerendo una notevole capacità di adattamento.
Cuore in microgravità: cosa cambia
Durante i sei mesi in orbita, gli astronauti hanno mostrato una riduzione della massa del ventricolo sinistro e una modificazione della forma del cuore, che tende a diventare più sferico. Tuttavia, i ricercatori hanno osservato che questi cambiamenti non compromettono la funzione cardiaca e che il cuore si riadatta gradualmente una volta tornato sulla Terra. La scoperta chiave è che l'organo mantiene una riserva funzionale anche dopo lunghe permanenze nello spazio, un segnale incoraggiante per missioni ancora più lunghe.
Verso Marte: le incognite restano
Se da un lato i dati rassicurano sulla capacità del cuore di tollerare sei mesi in microgravità, dall'altro gli esperti sottolineano che un viaggio verso Marte comporterebbe almeno due anni di esposizione, tra andata, permanenza e ritorno. Serviranno quindi studi più lunghi e contromisure specifiche, come programmi di esercizio fisico intensivo e monitoraggi continui, per prevenire rischi cardiovascolari. La ricerca rappresenta comunque un passo fondamentale: il cuore umano, allenato e monitorato, potrebbe reggere anche la sfida del Pianeta Rosso.