Chi ha vissuto l'era di PlayStation 2 lo sa bene: il multiplayer locale non era solo una modalità di gioco, era un vero e proprio rito sociale. Non esistevano le lobby online, i server o le chat vocali. Per giocare con qualcuno bisognava fisicamente andare a casa sua, portarsi dietro il proprio controller e sperare che il padrone di casa non avesse il modello originale ancora perfettamente funzionante.
Il controller buono restava sempre al padrone di casa
La regola era semplice e universale: il controller migliore restava nelle mani di chi ospitava. Che fosse il DualShock 2 originale, ancora lucido e con gli analogici reattivi, o un pad di terze parti con qualche tasto un po' più morbido, la logica non cambiava mai. Gli ospiti si arrangiavano con il controller di riserva, spesso usurato, con il filo attorcigliato o con una levetta che derivava leggermente verso destra. Un piccolo svantaggio che, in giochi come Dragon Ball Z: Budokai Tenkaichi o WWE SmackDown! Here Comes the Pain, poteva fare la differenza tra vittoria e sconfitta.
Pomeriggi infiniti tra tornei e rivincite
Per chi non aveva fratelli, come molti di noi, il multiplayer su PS2 significava soprattutto una cosa: andare a casa degli amici. I pomeriggi si consumavano tra tornei improvvisati, sfide all'ultimo sangue e rivincite chieste a gran voce dopo ogni sconfitta. Budokai Tenkaichi era un classico senza tempo, capace di trasformare un salotto in un'arena di arti marziali. Here Comes the Pain, dal canto suo, poteva tenere occupati per ore intere, con match che finivano sempre con la stessa frase: «Ancora una e poi basta».
Oggi il multiplayer è globale, immediato e spesso anonimo. Eppure quel controller buono, tenuto stretto dal padrone di casa, resta uno dei ricordi più vividi di un'epoca in cui giocare insieme significava guardarsi in faccia, ridere, litigare e ricominciare. Un pezzo di storia videoludica che nessuna connessione ultraveloce potrà mai davvero sostituire.