Ogni inverno, attorno al continente antartico, si forma una vasta distesa di ghiaccio marino che raggiunge la sua massima estensione a settembre, per poi ritirarsi con l'arrivo della primavera australe. Un ciclo naturale osservato da decenni tramite satelliti, ma che negli ultimi anni mostra segnali di profondo cambiamento. I nuovi dati diffusi da NASA e National Snow and Ice Data Center (NSIDC) confermano una tendenza preoccupante: il ghiaccio marino antartico ha raggiunto il terzo massimo invernale più basso dal 1978, anno di inizio delle rilevazioni satellitari.
Un picco stagionale da record negativo
Il picco stagionale è stato identificato con buona probabilità il 14 settembre 2026. In quel giorno, la banchisa si estendeva per circa 17,59 milioni di chilometri quadrati. Un valore che, sebbene possa sembrare enorme, risulta particolarmente ridotto se confrontato con le medie storiche. Per dare un'idea, si tratta di una superficie inferiore di circa 2 milioni di km² rispetto alla media del periodo 1981-2010, una perdita equivalente a quasi tre volte l'Italia.
Perché è un campanello d'allarme
Questo terzo massimo invernale più basso di sempre non è un caso isolato. Negli ultimi anni, il ghiaccio marino antartico ha mostrato una variabilità estrema, con minimi estivi record e massimi invernali sempre meno estesi. Gli scienziati collegano questa tendenza al riscaldamento globale e ai cambiamenti nella circolazione oceanica e atmosferica. La riduzione del ghiaccio marino ha impatti diretti sull'ecosistema antartico, sulle correnti oceaniche e sul livello del mare. I dati NASA e NSIDC rappresentano un ulteriore monito: il continente bianco non è immune agli effetti del climate change, e il suo futuro appare sempre più incerto.