Pochi giorni fa Sam Altman ha definito «uno spreco enorme» il fatto che una parte della limitata disponibilità mondiale di memoria DRAM resti ferma nei computer degli utenti, utilizzata di fatto solo per il 5% del tempo. Secondo il CEO di OpenAI, quella memoria sarebbe molto più utile nei data center dedicati all'intelligenza artificiale. Parole che hanno scatenato polemiche immediate.
La marcia indietro di 'Ram Altman'
Nelle stesse ore in cui le elezioni di midterm americane ridimensionavano le ambizioni dei giganti dell'AI sulle nuove infrastrutture, Altman ha cambiato il nome del proprio account X in 'Ram Altman' e ha tentato la classica arrampicata sugli specchi: la sua affermazione sarebbe stata decontestualizzata e mal interpretata. «Voglio davvero che il mondo abbia tonnellate di memoria e che le persone possano metterne quanta vogliono nei loro computer», ha scritto, definendo irritante l'estrapolazione della frase.
Nel suo intervento, Altman ha poi allargato il discorso al controllo del futuro: «Le persone dovrebbero sempre avere il controllo del futuro» e OpenAI è contraria all'idea che gli esseri umani vengano relegati a compiti che i sistemi di AI ritengono sensati da premiare. Un principio che, a suo dire, dovrebbe limitare il progresso stesso dell'intelligenza artificiale.
Un problema di immagine sempre più serio
Frainteso o no, il numero uno di OpenAI deve fare i conti con un'opinione pubblica parecchio indispettita. La crisi delle memorie innescata da queste dinamiche peserà sui portafogli degli utenti ancora per diversi anni, mentre le proteste contro la costruzione di nuovi data center raccolgono sempre più adesioni.
I rischi legati all'intelligenza artificiale, insomma, iniziano a prendere forma in modo inquietante. È una tecnologia che sta affrontando un serio problema di immagine, e le parole di Altman — per quanto poi corrette — rischiano di alimentare ulteriormente la sfiducia.