El Niño si prepara a scrivere una pagina senza precedenti nella storia climatica moderna. Secondo la World Meteorological Organization (WMO), il fenomeno raggiungerà il suo picco tra ottobre, novembre e dicembre 2026, spingendo le acque superficiali del Pacifico tropicale centro-orientale verso temperature bollenti e innescando effetti a catena su scala planetaria. L'allarme è chiaro: si tratterà dell'evento più intenso dal 1950, con ripercussioni significative su economie, ecosistemi e comunità di tutto il mondo.
Un riscaldamento senza precedenti
I dati raccolti da boe oceaniche, satelliti e radiosonde non lasciano spazio a dubbi. L'indice Niño 3.4 ha registrato un'impennata notevole: le anomalie della temperatura superficiale del Pacifico equatoriale centro-orientale sono passate da +1,6°C in giugno a +2,5°C in agosto. Le stime indicano che nell'ultimo trimestre dell'anno si potrebbero toccare i +3,7°C, superando il precedente primato di +2,6°C risalente al periodo novembre 2015-gennaio 2016. La probabilità che il fenomeno persista fino a febbraio 2027 è ormai del 100%.
Conseguenze globali e rischio siccità
L'intensificarsi di El Niño contribuirà a un anomalo innalzamento delle temperature, ben al di sopra delle medie globali, aggravando il rischio di siccità e inondazioni in diverse regioni del pianeta. Dalle Americhe all'Asia, passando per l'Africa e l'Oceania, i modelli meteorologici subiranno alterazioni profonde, con impatti diretti su agricoltura, risorse idriche e sicurezza alimentare. La WMO invita governi e istituzioni a prepararsi a scenari estremi, mentre gli scienziati monitorano costantemente l'evoluzione di un fenomeno che potrebbe ridefinire gli equilibri climatici globali.