Il futuro dell'intelligenza artificiale è appeso a un filo di incertezza. David Solomon, amministratore delegato di Goldman Sachs, ha lanciato un monito durante l'ultima call con gli analisti: secondo recenti studi, i data center americani avranno bisogno di oltre 10.000 miliardi di dollari di investimenti entro il 2030. Una cifra monstre, che però non garantisce alcun ritorno certo.
Investimenti record, ma il ritorno è un'incognita
Solomon non ha usato mezzi termini: «Nessuno sa» come andrà a finire. La frase, pronunciata con la freddezza di chi gestisce capitali altrui, riassume lo stato d'animo di Wall Street. Da un lato, la corsa all'oro dell'AI spinge colossi come Microsoft, Google e Amazon a spendere miliardi in infrastrutture; dall'altro, la domanda effettiva di servizi AI su larga scala deve ancora dimostrare di poter giustificare simili esborsi. Il rischio di una bolla speculativa è concreto, e Solomon lo sa bene.
La partita si gioca sull'infrastruttura
I data center non sono più semplici magazzini di server: sono le cattedrali del nuovo capitalismo digitale. Per addestrare modelli sempre più potenti come GPT-5 o Gemini Ultra, servono chip specializzati, energia a basso costo e terreni enormi. Gli Stati Uniti stanno correndo per mantenere il primato, ma la Cina non sta a guardare. La vera incognita, però, non è tecnologica ma economica: quante aziende saranno disposte a pagare per questi servizi? E soprattutto, quando arriveranno i profitti?
Solomon ha invitato alla prudenza: gli investitori devono prepararsi a un lungo periodo di attesa. L'AI trasformerà l'economia, questo è certo, ma la strada verso la redditività sarà più tortuosa del previsto. E mentre i miliardi continuano a fluire, la domanda rimane sospesa: stiamo costruendo il futuro o una bolla colossale?