Le frequenze radiomobili usate dagli operatori di telefonia scadranno alla fine del 2029 e la partita sul loro futuro è già cominciata. Nei mesi scorsi AGCOM aveva aperto alla possibilità di un rinnovo automatico per altri otto anni, fino al 2037, mantenendo l'attuale allocazione dello spettro. Una soluzione caldeggiata anche dagli operatori, perché tutela gli investimenti già effettuati nelle reti. Ma l'AGCM, nel suo ultimo bollettino settimanale, ha detto un secco no.
Perché il rinnovo automatico non convince l'Antitrust
Secondo l'Autorità garante della concorrenza, confermare le frequenze così come sono rischia di cristallizzare il mercato, ostacolando la crescita di operatori meno infrastrutturati come Iliad o l'ingresso di nuovi player. La concorrenza, del resto, si gioca proprio sullo spettro: quantità, tipologia (frequenze basse, medie e alte) e disponibilità per ciascuna banda incidono direttamente su prestazioni e copertura offerte ai clienti. L'antitrust riconosce però che un'asta ex novo sarebbe dannosa: richiederebbe investimenti ingenti e creerebbe incertezza su quali frequenze ciascun operatore riuscirà ad aggiudicarsi.
La proposta mista: asta con regole rigide
Da qui l'idea di una soluzione ibrida: una quota congrua di frequenze verrebbe rinnovata per garantire continuità, mentre la restante andrebbe all'asta. L'offerta pubblica avrebbe regole più stringenti delle precedenti, a partire da un limite massimo di spettro assegnabile a ciascun operatore, per impedire che i grandi gruppi monopolizzino le frequenze a scapito dei più piccoli. Inoltre, l'AGCM propone di vietare le offerte al rialzo: le frequenze non andrebbero a chi offre di più, ma a chi le utilizzerebbe nel modo migliore dal punto di vista tecnico e finanziario, evitando di drenare le casse degli operatori.
L'obiettivo è una rete mobile più performante, spronando ad esempio lo sviluppo del 5G Stand Alone. L'idea è concordare al momento dell'aggiudicazione un cronoprogramma di obiettivi vincolanti: se non vengono raggiunti nei tempi stabiliti, le frequenze sarebbero revocate e riassegnate agli operatori più virtuosi. L'antitrust critica infine un'altra proposta di AGCOM, quella di obbligare i tre operatori principali (TIM, Wind3, Fastweb+Vodafone) ad aprire al quarto (Iliad) e ai virtuali con servizi all'ingrosso: una misura palliativa, perché accedere alle frequenze non equivale a possederle.
Nulla è ancora deciso. L'AGCM ha solo espresso il proprio parere al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che gestisce le assegnazioni, e lo scorso 5 ottobre si è conclusa la consultazione pubblica di AGCOM sulla proposta di rinnovo. Il prossimo passo sarà trovare un accordo che soddisfi tutte le parti in gioco.