I data center sottomarini non sono più solo un esperimento di nicchia. DeepGreen Holdings ha depositato due progetti per installare infrastrutture di calcolo sui fondali marini al largo degli Stati Uniti, precisamente in Alaska e nel Maine. La mossa segna un passo concreto verso lo sfruttamento dei mari come sede per i server che alimentano l'economia digitale, ma solleva interrogativi sui costi complessivi dell'operazione.
Progetti accettati, ma la strada è in salita
La commissione federale per l'energia ha accettato le domande aggregate presentate dalla società, aprendo di fatto la fase di valutazione formale. Non si tratta di un via libera definitivo, ma di un segnale che le autorità statunitensi stanno prendendo sul serio la proposta di spostare parte dell'infrastruttura di calcolo sott'acqua. I due siti scelti – le acque fredde dell'Alaska e quelle del Maine – offrono condizioni favorevoli per il raffreddamento naturale dei server, riducendo la necessità di sistemi di climatizzazione energivori.
Il prezzo da pagare
Dietro l'entusiasmo per l'efficienza energetica si nascondono però criticità non banali. L'installazione di data center sottomarini richiede investimenti iniziali elevatissimi, legati alla progettazione di capsule resistenti alla pressione, ai sistemi di ancoraggio e alle infrastrutture per la trasmissione dei dati via cavo. A ciò si aggiungono i costi di manutenzione: intervenire su hardware immerso a decine di metri di profondità è complesso e oneroso. Senza contare l'impatto ambientale sugli ecosistemi marini, ancora poco studiato, e la dipendenza da un'unica azienda per la gestione di asset strategici.
Il progetto di DeepGreen Holdings potrebbe aprire una nuova frontiera per il cloud, ma la domanda resta aperta: l'efficienza energetica giustifica i rischi e i costi di un'infrastruttura così difficile da gestire? La partita è appena iniziata e le autorità federali dovranno valutare con attenzione ogni dettaglio prima di dare il via libera definitivo.