I pannelli solari intelligenti possono trasformarsi in un bersaglio informatico capace di minacciare l'intera rete elettrica. A lanciare l'allarme è un rapporto europeo pubblicato a fine settembre, secondo cui alcune falle di sicurezza permetterebbero ai pirati informatici di prendere il controllo di migliaia di inverter da remoto. Dopo l'attacco che in Francia, appena una settimana fa, ha mandato in tilt i sistemi di refrigerazione di alcuni supermercati, lo scenario appare tutt'altro che fantascientifico.
Il nodo è l'inverter connesso
Più il fotovoltaico conquista tetti, parcheggi e campi, più la sua cybersicurezza diventa un affare dell'intera rete e non solo del singolo proprietario. Tutto si gioca nell'inverter, il dispositivo che converte la corrente continua dei pannelli in corrente alternata e che sempre più spesso è collegato a Internet per il monitoraggio da smartphone, la modifica delle impostazioni e gli aggiornamenti del produttore. Il rapporto dello Smart Energy Expert Group (SEEG) passa in rassegna l'intera gamma, dal kit da meno di 800 W collegato a una presa fino alle centrali da oltre un megawatt.
Firmato da undici esperti di SolarPower Europe, ENTSO-E e dell'agenzia federale tedesca di cybersicurezza, il testo non impegna ufficialmente Bruxelles ma ricorda che la capacità solare dell'Unione è passata da 86 GW nel 2015 a 406 GW nel 2025, con una proiezione di 718 GW nel 2030. Spegnendo o accendendo di colpo una parte di questo parco, un criminale informatico causerebbe uno squilibrio tra produzione e consumo, saturerebbe alcune linee e, nel peggiore dei casi, provocherebbe blackout estesi.
Tre scenari ad alto rischio
Gli esperti individuano tre modalità di attacco particolarmente pericolose. La prima prende di mira le piattaforme cloud dei produttori, dove transitano monitoraggio, impostazioni e aggiornamenti: una sola falla e migliaia di inverter obbedirebbero all'aggressore. La seconda è più insidiosa e riguarda un costruttore che, sotto pressione di uno Stato, nasconderebbe una backdoor nel software o nei componenti. La terza colpisce le grandi centrali, dove l'intruso aggira il firewall per muoversi liberamente nella rete del sito. Per misurare il pericolo, il rapporto confronta la potenza controllabile da un hacker con i 3.000 MW che la rete continentale tiene in riserva per compensare una perdita improvvisa di produzione.
Il caso francese dimostra che il rischio è concreto: nella notte tra l'11 e il 12 ottobre alcuni pirati hanno violato gli inverter di refrigerazione Danfoss, imponendo uno sbrinamento continuo e portando i banchi frigo di Intermarché, Magasins U e Leclerc fino a 50 °C. Molti dispositivi colpiti erano modelli obsoleti, esclusi dagli aggiornamenti del produttore. Per blindare gli impianti, il rapporto chiede scambi documentati, cifrati e autenticati, connessioni in uscita solo verso server approvati nell'UE e aggiornamenti manuali gestiti da fornitori qualificati.
Sul fronte normativo, gli esperti rilevano che il Cyber Resilience Act consente ai produttori di autocertificare la conformità dei propri inverter, senza test né audit indipendenti. Chiedono una norma dedicata con verifica di terze parti, scadenze per correggere le falle, formazione degli installatori e limiti ai fornitori "ad alto rischio", sottolineando la forte dipendenza europea dalle apparecchiature cinesi. Nessuna regola futura metterà però al sicuro per magia gli inverter già installati: servono censimento dei dispositivi connessi, blocco degli accessi in entrata e una rigorosa gestione delle identità e degli accessi.