Google ha avviato un programma pilota riservato per compensare economicamente una selezione di circa 100 editori digitali in base al contributo dei loro contenuti ai risultati generati dall'intelligenza artificiale. L'iniziativa, finora non annunciata ufficialmente, riguarda in particolare tre funzionalità chiave: AI Overviews, AI Mode in Search e il chatbot Gemini. L'obiettivo dichiarato sarebbe quello di riconoscere un compenso agli editori i cui articoli e dati vengono utilizzati per addestrare o alimentare i modelli di intelligenza artificiale di Google, ma i dettagli dell'accordo rimangono avvolti nel mistero.
Un programma pilota a porte chiuse
Secondo quanto emerso, il programma coinvolgerebbe solo una cerchia ristretta di testate selezionate, senza criteri di ammissione resi pubblici. Google avrebbe contattato direttamente gli editori per negoziare compensi variabili, che dipenderebbero dalla frequenza con cui i loro contenuti vengono citati o utilizzati all'interno delle risposte AI. Tuttavia, l'azienda non ha diffuso una lista ufficiale dei partecipanti né tantomeno le metriche esatte utilizzate per calcolare i pagamenti. Questa opacità solleva non poche preoccupazioni tra gli addetti ai lavori, che temono un sistema poco trasparente e potenzialmente penalizzante per le testate più piccole.
Pagamenti molto diversi da editore a editore
Uno degli aspetti più controversi è la forte disparità negli importi riconosciuti. Alcuni editori riceverebbero cifre significative, mentre altri lamentano compensi irrisori o addirittura l'esclusione dal programma. La mancanza di criteri chiari alimenta il sospetto che Google stia privilegiando i partner storici o quelli con maggior potere contrattuale, lasciando ai margini i piccoli editori indipendenti. Inoltre, non è chiaro se i pagamenti siano una tantum o se prevedano un flusso continuativo legato all'utilizzo dei contenuti nel tempo.
La questione si inserisce in un dibattito più ampio sul valore del giornalismo nell'era dell'IA. Da un lato, gli editori chiedono un riconoscimento economico per l'uso dei propri contenuti nei modelli generativi; dall'altro, Google sostiene che i suoi sistemi si basano su fonti pubbliche e che i pagamenti siano un gesto di collaborazione, non un obbligo legale. La tensione è destinata a crescere, soprattutto in Europa, dove il quadro normativo sul copyright e sull'IA è in evoluzione.
Se il programma pilota dovesse diventare permanente, potrebbe rappresentare un precedente importante per l'intero settore, spingendo altre aziende tecnologiche a negoziare accordi simili con gli editori. Tuttavia, senza regole chiare e trasparenti, il rischio è che si consolidi un sistema a due velocità, in cui solo i grandi gruppi editoriali riescono a ottenere compensi adeguati. La palla passa ora agli editori, che dovranno decidere se accettare le condizioni di Google o cercare alternative, magari coalizzandosi per ottenere condizioni più eque.