Nel mondo del collezionismo videoludico esiste una domanda che torna ciclicamente: un gioco usato con ancora attaccata l'etichetta di Blockbuster, GameRush o GameStop vale di più o di meno? La risposta, come spesso accade, è tutt'altro che univoca. Le etichette dei negozi di noleggio e rivendita raccontano una storia: quel cartuccia o quel disco è passato per gli scaffali di una catena ormai scomparsa o in profonda trasformazione, e per alcuni appassionati questo dettaglio ha un fascino nostalgico non indifferente.
Un dettaglio che divide i collezionisti
Da una parte ci sono i puristi, che considerano adesivi, timbri e graffi sulle custodie come difetti da cancellare: per loro un gioco "pulito" vale di più. Dall'altra parte c'è chi vede in quell'etichetta una sorta di certificazione d'epoca, una traccia autentica di un'epoca in cui i videogiochi si affittavano fisicamente. Blockbuster, in particolare, è diventato un simbolo culturale, e i suoi adesivi possono aumentare l'interesse di chi colleziona memorabilia legati alla catena fallita nel 2010.
Quando l'etichetta incide davvero sul prezzo
Secondo diversi esperti di mercato, nella maggior parte dei casi l'etichetta non sposta il valore di mercato: un gioco raro resta raro con o senza adesivo, e uno comune resta comune. Tuttavia esistono casi particolari in cui la provenienza diventa un plus, soprattutto per titoli legati a specifiche promozioni o per edizioni distribuite esclusivamente tramite quelle catene. In queste situazioni, un'etichetta ben conservata può aggiungere valore per il collezionista giusto.
In sintesi, non esiste una regola assoluta: molto dipende da cosa si sta cercando e da quanto quel frammento di storia videoludica conta per l'acquirente. Prima di pagare un sovrapprezzo, però, è bene valutare con attenzione le condizioni generali del gioco e la reale domanda di quel tipo di etichetta sul mercato dell'usato.