Chi ha vissuto le generazioni passate ricorda bene la regola non scritta del mercato videoludico: ogni console, con il passare degli anni, diventava più economica. PlayStation 2, Xbox 360 e persino PS4 seguivano questa traiettoria discendente, con revisioni hardware e tagli di prezzo che rendevano l'accesso al gaming progressivamente più abbordabile. Oggi quel copione sembra essersi rotto definitivamente.
Il paradosso dei rincari post-lancio
PS5 e Xbox Series X/S, lanciate nel 2020 a 500 euro, oggi vengono proposte a prezzi sensibilmente più alti, complice una serie di aumenti ufficiali che ha colpito anche i mercati europei. Non è andata meglio a Nintendo Switch 2, che ha visto ritocchi verso l'alto già nelle prime fasi di commercializzazione. Insomma, l'ennesimo ritocco di prezzo non fa più notizia: è diventata la normalità, e i tempi degli sconti hardware permanenti appaiono ormai lontanissimi.
Le cause sono molteplici e intrecciate. Da un lato pesano l'inflazione globale e i costi delle componenti, dai chip alla logistica, che hanno reso la produzione più onerosa rispetto al passato. Dall'altro, la domanda è rimasta sostenuta per anni, riducendo la necessità per i produttori di abbassare i listini per stimolare le vendite. A ciò si aggiunge una strategia commerciale sempre più orientata alla redditività per unità anziché alla conquista rapida di quote di mercato.
Un mercato che cambia pelle
Il risultato è un ecosistema in cui l'hardware non è più la leva per attirare nuovi giocatori, ma un asset da monetizzare il più possibile. Gli abbonamenti, i servizi in cloud e le microtransazioni sono diventati i veri motori dei ricavi, mentre le console restano piattaforme chiuse a prezzi rigidi. Per i consumatori la conseguenza è chiara: aspettare non conviene più, e l'idea che il tempo giochi a favore di chi acquista sembra appartenere a un'epoca conclusa.