Già nel 1989 la National Cattlemen's Association (NCA), la principale organizzazione di rappresentanza dell'industria bovina statunitense, era pienamente consapevole del contributo degli allevamenti intensivi al riscaldamento globale. Eppure, invece di affrontare il problema, decise di minimizzarlo e di ostacolare qualsiasi regolamentazione. È quanto emerge da documenti interni risalenti a quell'anno, che gettano una luce inquietante sulle strategie di disinformazione messe in campo dal settore zootecnico.
Una consapevolezza antica ma ignorata
Secondo quanto riportato, i vertici della NCA ricevettero rapporti scientifici che quantificavano le emissioni di metano e protossido di azoto prodotte dagli allevamenti di bovini, due gas serra particolarmente potenti. Nonostante ciò, l'associazione scelse di concentrare i propri sforzi nel negare o ridimensionare il legame tra attività zootecnica e cambiamento climatico, finanziando campagne di comunicazione e pressioni politiche per bloccare misure ambientali.
La strategia seguiva un copione già collaudato: seminare dubbi sulla scienza, enfatizzare incertezze marginali e promuovere l'idea che ridurre il consumo di carne avrebbe danneggiato l'economia senza reali benefici per il pianeta. Un approccio simile a quello adottato dalle grandi aziende del tabacco e del petrolio.
Perché è ancora rilevante
Oggi l'allevamento bovino è responsabile di circa il 14,5% delle emissioni globali di gas serra secondo la FAO. La vicenda della NCA dimostra come l'industria abbia deliberatamente ritardato l'azione climatica per decenni, con conseguenze che ancora paghiamo. Riconoscere queste dinamiche è essenziale per pretendere trasparenza e politiche ambientali basate su evidenze scientifiche, non sugli interessi di lobby.