La frammentazione resta il tallone d'Achille di Android e i nuovi dati ufficiali di Google, aggiornati al 19 ottobre, lo confermano senza mezzi termini. A mesi dal debutto ufficiale di giugno, Android 17 è installato soltanto sull'1% dei dispositivi in circolazione. Un dato che fotografa un ecosistema dove le novità faticano a raggiungere la base installata, nonostante gli sforzi dei produttori.
La notizia meno amara arriva dalla release precedente: Android 16, distribuita lo scorso anno, occupa la fetta più ampia della torta. Segno che nell'ultimo anno i costruttori hanno accelerato sulla distribuzione degli aggiornamenti. Resta però un dato che pesa come un macigno: più di uno smartphone o tablet su dieci è ancora fermo ad Android 11, versione risalente al 2020.
Supporto a lungo termine: chi corre e chi resta indietro
La differenza la fanno le politiche di aggiornamento. Realtà come Samsung e Google garantiscono ormai fino a sette anni di supporto sui top di gamma e sui Pixel, un impegno che riduce drasticamente l'obsolescenza programmata. Altri produttori, soprattutto nei segmenti entry level, continuano però a commercializzare dispositivi destinati a rimanere indietro in tempi rapidi, alimentando il divario tra chi riceve le patch e chi no.
Il vero rischio si chiama sicurezza
Il problema non è solo di compatibilità delle applicazioni. Senza aggiornamenti tempestivi, i dispositivi restano esposti alle vulnerabilità software che emergono con continuità, con un rischio concreto per la sicurezza degli utenti. La diffusione capillare delle versioni più recenti resta quindi una priorità non solo tecnica, ma anche di protezione dei dati personali.
I numeri raccontano un settore in movimento ma ancora lento: la strada verso un ecosistema Android più omogeneo è tracciata, ma i margini di miglioramento restano ampi. La speranza è che l'impegno dei grandi marchi trascini anche i produttori minori verso cicli di aggiornamento più virtuosi.