L'intelligenza artificiale è ormai un compagno di studi quasi inseparabile per gli studenti universitari. A confermarlo è un'indagine condotta al Politecnico federale di Losanna (EPFL), che ha fotografato una situazione tanto diffusa quanto ambivalente: quasi 9 studenti su 10 dichiarano di utilizzare strumenti di IA nella propria routine accademica, che si tratti di scrivere riassunti, preparare esami o generare bozze di testi. Un dato che segna una svolta epocale nel modo di fare formazione.
Numeri da record, ma non senza riserve
Se da un lato l'adozione è massiccia, dall'altro emergono segnali di un disagio profondo. Molti intervistati esprimono preoccupazione per la cosiddetta delega cognitiva: il timore che affidarsi all'IA per compiti come la scrittura o la risoluzione di problemi possa erodere capacità critiche e autonomia di pensiero. Non è solo una questione di pigrizia intellettuale, ma di identità dello studente, che rischia di perdere confidenza con il processo di apprendimento faticoso ma formativo.
A pesare è anche l'impatto ambientale di modelli linguistici sempre più potenti e affamati di energia. Gli studenti ne sono consapevoli e guardano con sospetto a un'adozione indiscriminata, chiedendo maggiore trasparenza da parte delle istituzioni accademiche. La richiesta non è quella di vietare l'IA, quanto di regolamentarne l'uso in modo etico e sostenibile, integrandola nei percorsi didattici senza trasformarla in una scorciatoia che svuota di senso lo studio.
Verso un'integrazione consapevole
Il quadro che emerge dal sondaggio dell'EPFL non è quello di una generazione acriticamente entusiasta, ma di utenti esperti e diffidenti. L'IA è ormai parte integrante del panorama universitario: il vero nodo è capire come le università sapranno guidarne l'uso, trasformando una tecnologia pervasiva in un alleato dello sviluppo intellettuale invece che in un sostituto del pensiero.