L'esplosione dell'intelligenza artificiale sta mettendo a dura prova le catene di fornitura globali, con costi nascosti che rischiano di frenare l'innovazione. Ne parla Willy Shih, economista e professore alla Harvard Business School, nel suo nuovo libro Where Does My Stuff Come From? The Powerful Economics Behind Global Supply Chains. In un'intervista, Shih spiega perché la corsa all'IA richiede un'infrastruttura computazionale senza precedenti, ma anche perché i politici continuano a ignorare le dinamiche economiche che regolano questi sistemi complessi.
La lezione del Wisconsin: previsioni azzeccate
Shih è noto per aver previsto il fallimento del progetto Foxconn in Wisconsin nel 2019, quando The Verge seguiva la vicenda. «Una fabbrica di pannelli LCD richiede una catena di fornitura solida, che semplicemente non c'era», racconta. La sua analisi si basa sui primi principi: senza un impianto per il vetro nelle vicinanze e senza abbastanza cemento e acciaio strutturale, non si può costruire una fabbrica di quel tipo. Oggi, mentre i dazi di Trump cambiano continuamente e le fabbriche promesse non si materializzano, Shih avverte che l'IA sta divorando le risorse computazionali del pianeta in una corsa all'infrastruttura senza precedenti.
Perché la Cina resta centrale (e perché è un rischio)
Nonostante le tensioni geopolitiche, la Cina rimane un polo manifatturiero globale. Shih spiega che le catene di fornitura sono ecosistemi complessi, difficili da replicare altrove, e che i tentativi di reshoring spesso si scontrano con la mancanza di competenze e infrastrutture. «I mercati hanno reagito a queste disruption in modo razionale», afferma, «ma i regolatori sembrano ignorare l'economia sottostante». Il libro di Shih è un monito: l'IA non è solo una questione di software, ma di hardware, materiali e logistica. E i costi nascosti potrebbero essere più alti di quanto si pensi.