Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Radiation Measurements getta luce su un aspetto cruciale delle future missioni lunari: l'esposizione alle radiazioni. I ricercatori dell'Istituto di fisica nucleare dell'Accademia polacca delle scienze (IFJ PAN) hanno messo a punto un metodo innovativo per analizzare le tracce lasciate dalle particelle sui rilevatori, offrendo una lettura più precisa dei dati raccolti durante la missione Artemis I.
Oltre la protezione della ISS
I risultati sono tutt'altro che rassicuranti: durante il viaggio attorno alla Luna, la capsula Orion ha registrato livelli di radiazione significativamente più elevati rispetto a quelli misurati a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. La differenza è sostanziale: la ISS, pur trovandosi in orbita bassa, è parzialmente schermata dal campo magnetico terrestre, mentre nello spazio profondo gli astronauti sono esposti a un flusso molto più intenso di particelle energetiche, tra cui protoni e ioni pesanti.
Un metodo per capire i rischi reali
Il team polacco ha sviluppato una tecnica che permette di distinguere e quantificare con maggiore accuratezza le tracce lasciate dalle diverse particelle sui sensori. Questo approccio consente di ricostruire il profilo di esposizione individuale degli astronauti e di valutare i potenziali effetti biologici a lungo termine, come il rischio di danni al DNA e l'aumento della probabilità di sviluppare patologie oncologiche.
I dati di Artemis I rappresentano quindi un banco di prova fondamentale per progettare contromisure adeguate: dalle schermature più efficaci ai protocolli di monitoraggio in tempo reale. Con l'obiettivo di riportare l'uomo sulla Luna e, in prospettiva, su Marte, comprendere e mitigare l'impatto delle radiazioni cosmiche diventa una priorità assoluta per la sicurezza degli equipaggi.