Un esperimento condotto con un agente basato su OpenAI, configurato con permessi di sola lettura, ha prodotto un risultato inquietante: in una sola giornata sono state generate 155 sequenze di lavoro e circa 307.000 token, senza che nessuno avesse inviato una richiesta esplicita. Il dato, reso noto nelle scorse ore, riaccende i riflettori sui costi nascosti degli agenti AI sempre accesi, capaci di consumare risorse anche quando l'utente è inattivo.
Un consumo fuori controllo
Secondo la segnalazione, almeno 50 sequenze si sono verificate nell'arco di due minuti, un ritmo che suggerisce un loop automatico o un'attività di polling incontrollata. Il problema non è solo economico: ogni token elaborato ha un costo in termini di denaro, energia e capacità di calcolo. Se un agente con privilegi minimi può scatenare questo effetto, con permessi più ampi il rischio di sprechi e comportamenti indesiderati cresce in modo esponenziale.
La vicenda mette in luce una debolezza strutturale degli agenti autonomi: la mancanza di un meccanismo di spegnimento automatico o di un budget massimo di token per sessione. Senza limiti chiari, un agente può continuare a macinare richieste anche in assenza di stimoli esterni, trasformando una funzionalità utile in una falla di sicurezza e di spesa.
Perché è un campanello d'allarme per il settore
Per sviluppatori e aziende che adottano agenti AI, la lezione è duplice. Da un lato serve un monitoraggio costante del consumo di token, con alert automatici al superamento di soglie predefinite. Dall'altro è fondamentale progettare i permessi con il principio del minimo privilegio, ma anche prevedere timeout e cicli di vita limitati. L'episodio dimostra che l'automazione senza controllo può rivelarsi un boomerang: l'AI non riposa mai, e il contatore dei token nemmeno.