Il titolo Intel ha perso il 26% in apertura di Borsa dopo la presentazione dei risultati del terzo trimestre, bruciando circa un quarto della capitalizzazione. Il paradosso è evidente: i conti appena pubblicati sono positivi, con 16,5 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 21% su base annua, e un utile per azione di 0,52 dollari contro i 0,38 indicati dalla stessa azienda. Di norma, chi batte le proprie stime viene premiato dal mercato; stavolta però le aspettative per il futuro hanno avuto la meglio.
Previsioni nere per il quarto trimestre
Per il trimestre in corso Intel prevede ricavi tra 15 e 16 miliardi, quindi in calo, e un margine lordo del 38% rispetto al 44,1% appena registrato. Il margine lordo misura quanto resta all'azienda da ogni dollaro di vendite dopo i costi di produzione, e perdere oltre sei punti in un solo trimestre è un segnale d'allarme difficilmente ignorabile. La causa principale è il mercato consumer: la divisione dei processori per PC ha incassato solo 8,1 miliardi, il 9% in meno del trimestre precedente e sotto le attese interne.
Come se non bastasse, per il prossimo trimestre l'azienda prevede un ulteriore calo di oltre il 20%, attribuito al costo delle memorie: i computer costano di più, i budget di aziende e famiglie sono limitati e molti rinviano l'acquisto. Molte imprese, inoltre, investono più in spesa per i token che in hardware, perché l'IA richiede risorse enormi concentrate sul datacenter e non sul PC, che le aziende tenderanno a sostituire con frequenza sempre minore. Secondo Intel, poi, produttori come Dell, HP e Lenovo hanno i magazzini pieni di processori comprati in anticipo e ora, tra vendite in rallentamento e concorrenza di Qualcomm e NVIDIA, acquistano meno finché non smaltiscono le scorte.
Il 2026 sarà un altro anno difficile
Intel prevede che nel 2026 si vendano circa il 12% di PC in meno, con un calo oltre il 20% nella seconda metà dell'anno, e che il 2027 chiuda con un altro -10%. Alla domanda di un analista su cosa faccia pensare a un miglioramento, il direttore finanziario ha risposto di non essere affatto ottimista: l'azienda non si aspetta che prezzi e disponibilità delle memorie migliorino nel 2027, e se ne riparlerà nel 2028, forse. Intel subisce così lo stesso problema che ha schiacciato i fornitori di memorie: i costi fissi delle fabbriche restano identici anche producendo meno chip, erodendo i margini.
C'è però un lato positivo: i processori per i data center crescono di quasi l'80% in un anno, a 7,3 miliardi, con la domanda che supera la capacità produttiva. Bene anche alcuni segmenti consumer: Wildcat Lake, il chip economico prodotto con il processo 18A, ha venduto il 70% di unità in più ed è esaurito, mentre per Nova Lake il CEO prevede il doppio degli accordi rispetto a Panther Lake. Con meno PC da produrre, parte della capacità in Oregon verrà spostata sui server. Pesano infine le perdite di Intel Foundry: 1,9 miliardi nel trimestre e ricavi esterni di appena 411 milioni, senza un grande cliente come Apple o NVIDIA.