Un modello di intelligenza artificiale non ancora rilasciato da Anthropic è riuscito a individuare e concatenare vulnerabilità di sicurezza in alcuni dei software più diffusi al mondo, generando exploit funzionanti capaci di compromettere browser e sistemi operativi con un coinvolgimento umano minimo o nullo. I risultati, illustrati dal Frontier Red Team dell'azienda in una ricerca pubblicata nelle ultime ore, riguardano Google Chrome, Apple Safari, Android, Windows e Linux.
Il lavoro sposta il dibattito sulle capacità offensive dei modelli IA più avanzati: non si tratta più solo di scovare singoli bug, ma di collegare più falle indipendenti per costruire una catena di attacco realmente utilizzabile. Anthropic sottolinea che competenze del genere, fino a oggi appannaggio di pochi gruppi specializzati, possono ora essere sfruttate con un intervento umano ridotto. Tutte le vulnerabilità sono state segnalate agli sviluppatori, che le hanno corrette; gli exploit sono stati realizzati in ambiente di ricerca e non risultano legati ad attacchi reali.
Da Chrome a Linux: le catene di exploit
Il caso più emblematico riguarda Google Chrome: dopo alcune indicazioni iniziali, il modello ha costruito una catena da quattro vulnerabilità per eseguire codice fuori dalla sandbox del browser. Su un Mac con configurazione standard, il caricamento di una pagina appositamente preparata ha avviato l'app Calcolatrice in pochi secondi, senza altri clic. Il percorso ha coinvolto il motore JavaScript V8, una falla di protezione della memoria, una condizione di gara in CacheStorage e un bug use-after-free in FedCM. Google ha assegnato e corretto 62 CVE di gravità alta o critica, di cui 13 legati al bypass della sandbox.
Su Safari l'approccio è diverso: l'exploit non richiedeva esecuzione di codice arbitrario, ma sfruttava problemi per ottenere accesso in lettura e scrittura alla memoria e disattivare la same-origin policy, esponendo cronologia, cookie e dati di sessioni autenticate. Apple ha già distribuito la correzione. Su Android, combinando analisi del codice open source, reverse engineering dei binari dei servizi Google Play e test su un Pixel 9 fisico, il modello ha aggirato i controlli USB per estrarre foto e dati da uno smartphone bloccato. Su Windows ha invece individuato una vulnerabilità QUIC nel kernel, sfruttabile da remoto per un attacco denial of service (CVE-2026-33096), corretta da Microsoft.
Il caso Linux e i tempi record
L'impatto più delicato riguarda Linux: la falla nello stack di rete del kernel consente a un attaccante remoto di eseguire comandi con privilegi di root senza credenziali né interazione dell'utente, a condizione che il server abbia un listener TCP multipath. L'exploit sfrutta una condizione di gara per aggirare la protezione KASLR e poi dirottare l'esecuzione del kernel. I tempi sono impressionanti: 48 minuti per ottenere le informazioni sulla memoria e altri cinque per arrivare all'esecuzione con privilegi di root, senza che un tentativo fallito provochi il crash del sistema. La vulnerabilità (CVE-2026-98432) è stata corretta e retroportata ai rami stabili del kernel.