OpenAI ha respinto con fermezza le accuse di aver licenziato tre ricercatori impegnati sulla sicurezza dell'intelligenza artificiale per ritorsione contro le loro critiche pubbliche. La società sostiene che il provvedimento è stato preso dopo un'indagine approfondita che avrebbe accertato una violazione significativa della fiducia e delle politiche aziendali sulla gestione di informazioni riservate. I tre dipendenti coinvolti sono Jasmine Wang, Tomek Korbak e Mikita Balesni.
La lettera al consiglio di amministrazione
La vicenda è esplosa ieri, quando i tre ricercatori hanno pubblicato una lettera indirizzata al consiglio di amministrazione e ai comitati per la sicurezza di OpenAI. Nel documento denunciavano che le modalità con cui erano stati comunicati i licenziamenti avevano creato tra gli ex colleghi un clima di timore nel parlare apertamente di sicurezza. La precisazione di OpenAI arriva oggi e mira a chiarire che la decisione non è stata provocata dalle posizioni critiche espresse dai tre sui rischi dell'AI.
Il nodo della monitorabilità dei modelli
Il caso è delicato perché tutti e tre a settembre avevano pubblicato interventi in cui chiedevano maggiore cautela nello sviluppo dei modelli più avanzati o richiamavano l'attenzione sui problemi di sicurezza. Nella loro lettera gli ex dipendenti si concentravano anche sulla cosiddetta monitorability dei modelli di frontiera, ovvero la capacità di osservarne e comprenderne il comportamento per individuare attività potenzialmente pericolose. Su questo punto OpenAI afferma di condividere lo spirito delle loro preoccupazioni e sostiene di continuare a investire risorse significative nella ricerca sulla sicurezza.
La vicenda getta nuova luce sulle tensioni interne al laboratorio di Sam Altman, dove il dibattito tra innovazione accelerata e salvaguardie etiche resta uno dei temi più caldi del settore. Il caso potrebbe riaccendere il dibattito pubblico sulla trasparenza delle grandi aziende di AI e sulla libertà di espressione dei loro ricercatori.