Quando un prodotto non piace, si può migliorare oppure cambiargli l'etichetta. La seconda strada costa meno, e a quanto pare OpenAI sta valutando proprio questa: i data center, accolti in giro per l'America con la stessa gioia di una discarica sotto casa, potrebbero presto chiamarsi "AI compute campuses", ovvero campus di calcolo.
Secondo quanto riportato da Axios, l'azienda starebbe preparando una vera e propria campagna di comunicazione da lanciare subito dopo le elezioni di metà mandato. I Democratici sembrano in corsa per riprendersi la Camera e forse anche il Senato: un cambio di vento politico, insomma, e meglio farsi trovare pronti.
La regia di Lehane e la sfida del 2028
A dirigere l'orchestra è Chris Lehane, chief global affairs officer dell'azienda. Per lui queste midterm sono un po' il trailer di quello che vedremo nel 2028, quando prevede che l'intelligenza artificiale sarà "il" tema delle presidenziali. Il trailer, appunto: il film dovrebbe essere parecchio più rumoroso.
Il restyling dei data center è solo una parte del programma. Sul tavolo ci sono anche "limiti di velocità" per l'AI, una nuova narrazione dell'intelligenza artificiale come strumento al servizio delle persone e l'ambizione di affidare agli Stati Uniti un ruolo centrale nella definizione degli standard globali.
Il vocabolario non basta
La proposta più interessante, almeno sul piano della comunicazione, riguarda il vocabolario: abbandonare l'espressione "data center", che fa pensare a capannoni rumorosi, bollette salate e boschi sacrificati, per adottare "campus", una parola che evoca prati curati e studenti con il caffè in mano. Le strutture restano le stesse, naturalmente, ma l'effetto è diverso.
Il problema è che l'ostilità verso questi impianti non è una questione di nomenclatura. Le comunità locali li guardano con sospetto, al punto che Amazon e Microsoft hanno dichiarato che non useranno più accordi di riservatezza nelle trattative con le amministrazioni locali. Quando due giganti rinunciano al silenzio contrattuale, significa che il rumore è diventato difficile da ignorare. Lehane definisce il dibattito buono e sano, e aggiunge che le comunità devono pretendere che le aziende rispondano delle proprie azioni. Basterà un nome diverso a convincere chi si ritrova una struttura gigante e affamata di energia dietro casa?