Se oggi Rockstar Games è considerata una delle aziende più potenti dell'intera industria videoludica, una parte del merito va alla sua capacità di anticipare i tempi. L'esempio più lampante è Bully, uscito nel 2006 e conosciuto in Europa con il nome di Canis Canem Edit: un titolo che ha rinnovato dall'interno il genere open world, spostando l'azione dalle metropoli criminali ai corridoi di una scuola.
Un open world che ha fatto scuola
Invece di pistole e inseguimenti, Bully metteva al centro la vita di Jimmy Hopkins, studente ribelle della Bullworth Academy, tra bulli da affrontare, lezioni da saltare e gerarchie scolastiche da rovesciare. Un'idea semplice solo in apparenza, che Rockstar ha sviluppato con la stessa cura dei suoi blockbuster: mappa densa di attività, personaggi memorabili e un tono ironico capace di far ridere senza scadere nel volgare. A distanza di vent'anni, quel modello non è stato ancora realmente replicato da nessun concorrente.
Perché un sequel sarebbe ancora oggi una mossa vincente
Il motivo per cui i fan continuano a chiedere Bully 2 è presto detto: il primo capitolo ha lasciato un immaginario potenzialmente enorme, mai sfruttato. Un seguito potrebbe esplorare nuovi istituti, stagioni diverse o addirittura un protagonista differente, mantenendo la formula che ha funzionato. Certo, oggi Rockstar è assorbita quasi interamente da GTA 6, attesissimo e capace di catalizzare ogni risorsa dello studio. Eppure, con l'esperienza accumulata in due decenni, un ritorno a Bullworth avrebbe un impatto mediatico enorme e un pubblico già pronto ad accoglierlo.
In un'industria che ricicla continuamente le stesse formule, Bully resta la prova che si può innovare anche partendo da un'ambientazione apparentemente minore. Il sequel, se mai arriverà, non sarebbe solo una questione di nostalgia: sarebbe l'occasione per Rockstar di dimostrare, ancora una volta, di saper guardare più avanti degli altri.