Limitare l'accesso della Cina ai chip più avanzati per l'intelligenza artificiale sulla carta sembrava semplice: vietarne l'esportazione. Gli Stati Uniti lo hanno fatto, ma nella pratica seguire un processore dal produttore fino al data center in cui viene installato è diventato molto più complicato. Il problema è tornato sotto i riflettori negli USA dopo l'arresto di Greg Lui, accusato di aver contrabbandato in Cina server contenenti chip AI per un valore di centinaia di milioni di euro.
Un traffico su larga scala
Secondo Bloomberg, non si tratterebbe di un caso isolato: funzionari americani ritengono che nel Paese siano già entrati illegalmente almeno 115.000 processori NVIDIA sottoposti a restrizioni. Un numero enorme, che suggerisce come i controlli siano tutt'altro che ermetici.
Il meccanismo sfrutta soprattutto Paesi intermedi come Thailandia e Singapore: le apparecchiature vengono ufficialmente vendute a società locali, per poi essere deviate verso clienti cinesi. In un caso citato dalle autorità, alcuni server sarebbero stati acquistati da una società thailandese chiamata OBON attraverso Super Micro. Per superare i controlli, gli operatori avrebbero persino rimosso con un asciugacapelli rosso le etichette con i numeri di serie dai prodotti originali, applicandole poi a server fittizi.
Implicazioni per il settore
La vicenda mette in luce la fragilità delle restrizioni americane e la difficoltà di tracciare componenti hi-tech in una filiera globale. Per NVIDIA, il contrabbando rappresenta una perdita di controllo sulla distribuzione e un rischio reputazionale, mentre per Washington diventa evidente la necessità di strumenti di verifica più efficaci. Il mercato nero dei chip AI, insomma, è già una realtà consolidata.